giovedì 29 maggio 2008
SerialLicker #3
La mano sul viso, piegata in avanti sulla sua solita seggiolina, quella accanto al lettone. Singhiozza. E ad ogni singhiozzo il suo busto sobbalza.
La guardo. Io dovrei piangere. Non lei. Io. E' mia madre quella sul lettone. Quella che non respira più, che ha la bocca aperta in una smorfia tranquilla. Finalmente tranquilla. Dopo mesi, anzi anni di mente annebbiata, confusa, di memoria cancellata e di neuroni disattivati. Di malattia. Una di quelle che non esistevano, una volta. Quando non si diventava vecchi. E adesso, che c'è la salute, la ricchezza, le medicine giuste, e che l'aspettativa di vita è da cyborg costruiti in laboratorio, ci pensano nuove malattie a trasformare in un inferno in terra la vita che abbiamo guadagnato.
Quella è mia madre. E io non ho nemmeno una lacrima. Gli occhi secchi, sterili. Il cuore vuoto. La testa leggera.
La guardo. Adesso è mia madre. Da quanto tempo non lo era più? Quante volte non mi ha riconosciuto? O chiamava con il mio nome la mia bimba, come se fosse regredita a trent'anni fa, i ricordi che si mescolavano assieme? Quante volte mi ha solo insultata? Ha rispolverato rancori che nemmeno io credevo esistessero? Ho scoperto grazie alla malattia, ai neuroni in corto circuito, alle inibizioni figlie della tolleranza che sparivano, le cose di me che odiava. E che mi rinfacciava. Le stupidaggini, come la pettinatura. O le cose serie. Come mio marito, “che per sposare lui non hai più fatto nulla”.
Ecco, quello mi faceva piangere. Specie quando tornavo a casa. E mio marito, sapendo che per un'altra domenica sarei stata impegnata dietro a quel che restava di colei che mi ha messo al mondo, usava le stesse parole. Ironia della malasorte. Per curare lei, non ho più fatto nulla, diceva.
Invece, adesso, sospiro appena. Ma piano. Che non sembri un sospiro di sollievo. Anche se forse lo è. Penso a quante volte l'ho detto, pensando alle madri delle amiche: “Guarda, è meglio così. Avete finito di soffrire”. E loro ad annuire poco convinte, con il viso stravolto dal dolore.
E io? Se mi guardassero, se mi guardassi allo specchio, chi vedrebbe un barlume di dolore? Invece Tatiana sta piangendo. Anche questo sta facendo al posto mio. Per tre anni, tre lunghi anni, ha fatto quello che dovrebbe fare una figlia. Per cinque giorni e mezzo la settimana. In cambio di ottocento euro al mese, in nero. E di cibo, di una stanza con un letto accanto a quella dell'inferno che mia madre sapeva creare, un armadio per quattro vestiti e un comodino per le foto di Nadia, la sua bambina.
Niente foto del marito. Tatiana non ne ha mai parlato volentieri. So che è senza lavoro. L'ho sempre immaginato assente. Donnaiolo. Pronto a spendere in vodka un po' degli euro che mandava lei e tutto il sussidio di disoccupazione, misero obolo del governo ucraino.
Tatiana, che tiene il cellulare nel cassetto, sempre acceso. A illudersi che qualcuno abbia voglia di parlare con lei. E invece, quando il telefono squillava, era solo e sempre qualcuno che aveva bisogno di qualcosa. Un regalo dalla bella Italia. Una foto di un posto famoso. Un dvd. L'iPod per la figlia, da sfoggiare con le amiche a scuola. Un borsone di vestiti alla moda per l'estate che arriva. Tre anni di assenza l'avevano trasformata in un bancomat. Non era più una madre. Né una figlia. Quando era sua madre, a chiamare, erano lamentele gridate in russo: non mi bastano i soldi, tuo marito è un buono a nulla, tu sei lì a divertirti mentre noi...
Chissà che idea avevano dell'Italia, lassù. Firenze, Milano, le sfilate delle modelle, la Ferrari, Venezia, il mare, il buon vino e le cose buone da mangiare. Tatiana me lo raccontava, qualche volta, la domenica mattina davanti alla moka sul fornello. “Caffè buono se lo fa lei, signora” mi diceva. Era il nostro piccolo rito. Lei iniziava la sua giornata di libertà dopo sei notti insonni. Io quella in cui tornavo ad essere una figlia. Più o meno.
“Italia bella. Ma diversa”, diceva. Ottocento euro, per fare la badante clandestina, erano una bella cosa, per chi a casa sua dovrebbe lavorare un anno per guadagnare così tanto. Ma lei pensava spesso a quelle diciottenni, sue compagne di viaggio nel furgone senza finestrini con la targa tedesca, con cui aveva attraversato il confine la prima volta. Tutte eccitate, sventolando il bigliettino con il numero di telefono da chiamare appena arrivate. Il loro passaporto per entrare nel mondo della moda.
Ricordo quando sul giornale locale si narrava di una sconosciuta trovata morta sul ciglio della statale. “Non ha un nome la prostituta uccisa”, strillava il titolo. E Tatiana, guardando la pagina, indicò la foto: “Anja”. “La conosci?”. Annuì, in silenzio. Una delle sue compagne di viaggio, modelle mancate.
Non si lamentava mai, Tatiana. “Vado a far la spesa” le dicevo, “vuoi qualcosa di particolare?”. E lei faceva di no con la testa, sorridendo appena, il viso stanco, invecchiato troppo presto. Poi le portavo il cioccolato, il profumo, le creme per la pelle. Lei ringraziava, cento, mille volte. E quando non guardavo, infilava quasi tutto nel borsone che, una volta la settimana, partiva in furgone verso Est. La domenica, lei e le altre si trovavano ai giardini pubblici, in un angolo un po' nascosto. Anche se le pattuglie della polizia chiudevano un occhio. Uscire, per una clandestina. È sempre una scommessa con il destino. Un poliziotto troppo zelante e si sarebbe ritrovata in questura, e poi in un centro di permanenza temporanea. E infine in un aereo per Kiev, condannando la sua intera famiglia alla povertà. Ma due chiacchiere in russo, due pettegolezzi su noi padrone di casa e una risata facevano bene. E poi c'era il borsone da consegnare, al tizio che in cambio di qualche euro prendeva su i bagagli di tutte, li caricava sul camioncino e li recapitava alle famiglie. Borse di plastica dei supermarket, sacche sportive, valigie. Dentro, cibo e vestiti, regali e lettere. E, più nascosti, i soldi.
Adesso Tatiana piange. Piangeva ieri notte, quando mi ha telefonato. “Signora... sua madre” e poi singhiozzi. Capii subito. Dissi “è morta” a mio marito che sbuffava. Mi vestii. E andai. Il vuoto nel cuore.
Guardo l'ora. Le sei. Mattina. Fra poco arriveranno mio marito e mia figlia. Inizierà il tran tran. Avvisare i parenti, cercare l'impresa funebre, chiamare il prete, elaborare qualche parola meno fredda per chi parteciperà al mio lutto... Mi alzo dalla seggiola. Tatiana mi guarda. Provo a sorriderle. “Caffè?”. Annuisce. E mi segue in cucina.
“Signora...”
“Sì”
“Quando devo andare?”
Guardo sul tavolo. C'è un giornale di qualche giorno fa, aperto. La faccia sorridente di Roberto Maroni. Il titolo duro. Le parole in grassetto. Clandestini. E carcere.
Capisco. Mia madre, come una madre, la nutriva e la proteggeva. Le forniva un senso alla giornata, alla vita. Ora è sola al mondo. Un mondo che sembra odiarla, solo perchè esiste. Ha mille ragioni per piangere, Tatiana.
La guardo. E dico quello che mi sembra ovvio, naturale. “Puoi restare tutto il tempo che ti serve. E nel frattempo cercare un altro lavoro. Penserò io a dire che sei la migliore”.
Ricambia lo sguardo e ricomincia a piangere. Con una smorfia che sembra un sorriso. Ma in quel volto scavato dalle rughe e dai dolori e dalle notti insonni, chissà che cos'è. La guardo. Penso alla sua vita a tremila chilometri da casa. Alla sua casa che somiglia a un cumulo di macerie invece che al nido dei suoi affetti. Penso che, se è stata la figlia di mia madre al posto mio, adesso dev'essere mia sorella. Per forza. E la abbraccio forte. Piangendo anche io. Finalmente piangendo.
Poi, dopo un secolo, mentre la prima luce del giorno filtra dalla finestra, sospiro.
“E adesso caffè?”
(SerialLicker si legge soprattutto qui)
martedì 27 maggio 2008
Baldino79 #2
Mi alzai pieno di buoni propositi e tutto arzillo arrivai bello pimpante al cancello d’entrata della Darielli per il più classico dei periodi di prova. L’addetto alla sbarra si avvicinò.
"Buongiorno, mi dica"
"Beh dovrei entrare per lavorare".
L’addetto mi guarda sogghignando e con faccia da chi pensa di essere spiritoso, "Perché lavori qui forse? Ce l’ha il cartellino?"
"No, ma immagino che sia lei a dovermelo dare visto che è il mio primo giorno, che dice?"
La mia vena ironica non sembrò piacergli. "Mi dica il suo nome"
"Alvise, Michele Alvise". E magari c’hai pure la licenza per l’ironia tendenzialmente simpatica.
"Aspetti qua".
In un primo momento pensavo di sparargli un’altra battuta ironica, ma non mi sembrò il caso, comunque, mentre lo guardavo ritornare dalla cabina, un piccolo pentimento trafisse il mio cuore.
"Va bene simpatia per oggi puoi passare, ma da domani dovrai parcheggiare laggiù".
E mi indicò un parcheggio gigantesco lontano almeno un chilometro.
"Intanto segui le frecce blu, ti condurranno agli uffici".
"E se fossi daltonico?"
"Sarebbero cazzi tuoi". Me l’ero cercata.
Così arrivai agli uffici. L’ambientino non era dei più esaltanti, muri spogli e di un bianco acceso, illuminazione modello sala d’aspetto d’ospedale, uno scaffale per catalogare i faldoni e scrivanie scarne su cui capeggiava un computer ed una pila di carte. Le stampanti lavoravano di continuo facendo a gara con i miei futuri colleghi chini sul loro giornaliero rettangolo solido, non si erano nemmeno accorti del mio arrivo.
Provai l’arma della cortesia salutandoli, niente, la sensazione era che neanche un terremoto li avrebbe smossi. Sulla porta d’ingresso si trovava una scritta, “Ricorda ,tutto nella vita ha un prezzo”, sul momento non vi feci caso. Finalmente qualcuno fuoriuscì dalla densa nebbia neuronale e mi accolse: "Buongiorno, mi chiamo Francesco, devi essere quello nuovo, seguimi".
Faccia stravolta, sguardo perso, non mi aveva dato nemmeno la mano, insomma, le premesse non erano un granché.
"Quanto dura il tuo mese di apprendimento?"
E secondo te?… "Mah un mese?"
Si fermò guardandomi infastidito: "Lo so ma quanti giorni, 30, 31?"
Oh madonna: "Mi pare 30"
"Beh ringrazia che non siamo in febbraio". Ancora oggi non so se era una battuta.
"Questo sarà il tuo banco di prova, lì c’è il manuale con tutte le direttive aziendali, le norme e i moduli da compilare per le richieste. Se c’è qualche problema mi chiami ok?"
Se ne andò lasciandomi contro un manuale di 100 pagine, un altro di 50, e vari moduli astrusi, Perfetto e ora? Decisi di prendere carta e penna per assimilare meglio i punti cardine del malloppo rifilatomi ma con mia sorpresa i cassetti erano vuoti.
Chiamai Francesco: "Sai dove posso trovare una penna?"
"Da nessuna parte"
"Come?"
"Te la devi portare da casa, che sia una penna, una matita o qualsiasi cosa riguardi il reparto cancelleria te la dovrai comprare".
"Stai scherzando?"
"No e ho già perso troppo tempo. Ricorda, prima regola, non chiedere niente di cui non sai il costo esatto".
Mi lasciò in mezzo alla stanza come un ebete, cominciavo a capire il senso del motto.
Passai tutta la mattina a leggere quell’assurdo blocco di pagine, in special modo le norme aziendali che erano le STESSE previste per legge. Sui moduli andava comunque inserito la dicitura aziendale altrimenti la richiesta non aveva validità, dovevi inserire il loro codice punto e basta. Così cercai di destreggiarmi tra le pagine fino alla pausa pranzo. Arrivo in mensa a mezzogiorno, scelgo il menù, mi siedo tranquillamente in mezzo ai colleghi, tempo quindici minuti e spazzolarono tutto pronti per continuare a lavorare. Li guardo stupito mentre comincio a degustare, per modo di dire, la bistecca rinsecchita.
"Dove andate? La pausa non dura un’ora?"
"Sì"
"E allora perché vi siete già alzati?"
"Perché abbiamo finito".
Lapidario, secco, conciso, mi lasciarono nuovamente in mezzo ad una stanza con la faccia da ebete.
Ritornai all’una al mio posto, gli impiegati erano ancora più pallidi, quasi non li distinguevo dal colore del muro.
"Francesco"
"Dimmi". Che diavolo nemmeno mi guarda.
"Mi chiedevo se potevo portarmi il manuale a casa per leggerlo con più calma". "Compila il modulo"
"Quale?"
"C’è scritto nel manuale"
"E poi, a chi devo consegnarlo?"
"C’è scritto nel formulario, ma ti conviene fare alla svelta visto che dovrà passare almeno quattro controlli prima dell’accettazione".
"Posso stamparlo?"
"Certo, regola numero due, puoi fare tutte le stampe che vuoi, non abbiamo interessi verso la foresta Amazzonica".
Allucinato cercai il modulo adatto, lo compilai e lo consegnai alla segretaria. Alle cinque la mia richiesta non aveva ancora superato i controlli, decisi di rinunciare e avviarmi verso l’uscita senza il malloppo, timbrare e tornare a casa.
"Dove vai?"
"A casa, sono le cinque".
"Non puoi devi prima risolvermi un problema in officina".
"Non posso farlo domani?"
"No".
"Ah bene, al primo giorno già straordinari, vuol dire che c’è lavoro".
"Straordinari? Regola numero tre, non si timbra all’uscita si lavora finché si può e basta, il tuo orario fisso sul cartellino sarà 8 – 12, 13 – 17 ma i tuoi orari varieranno a seconda delle esigenze".
Andai in bagno mi guardai allo specchio, avevo la sensazione che la mia pelle stesse cominciando a sbiancarsi. Preso dal panico andai in officina. Parlai con il responsabile il quale mi sottopose la questione su una parte meccanica da completare. Analizzando i cartigli imputai il problema al tipo di viti utilizzate.
"Dovete usare queste".
"Non ne abbiamo".
"Compratele"
"Quanto ci costeranno?"
"Non lo so"
"Sei sicuro che siano giuste, che servano? Vieni con me".
Lo seguii al computer, lo vidi fare dei calcoli in base al tipo di soluzione che gli avevo proposto. Ne risultò lo stesso tipo di vite solo con l’aggiunta di un coprivate che reputavo scontato.
"Ecco vedi? Bisogna sempre e comunque controllare, ti erano sfuggiti i coprivite. Ora compila il modulo di richiesta per l’ufficio conteggi che provvederà ad approvare la tua domanda, dopodichè lo passerà all’ufficio contabile fino all’ufficio acquisti, sempre che tutto sia a posto". E sfoggiò un sorrisetto abbastanza eloquente. "Ora vado che ho già perso troppo tempo".
Ore 18: ricerco le direttive, compilo il modulo, inserisco i codici. Ore 18.15: passo il tutto all’ufficio conteggi. Ore 18.30: la mia richiesta per i manuali è stata scartata, manca la data. Ore 18.45: ripenso alla mia giornata e non ci credo. Ore 19: sghignazzo sadicamente. Ore 20: finisco di sghignazzare l’ufficio contabile ha respinto la domanda causa 1 euro di troppo. Buio.
(Baldino79 si legge soprattutto qui)
Bastian Cuntrari
Ero ancora vestito.
Sentivo un calzino arrotolato intorno alla caviglia. Sentivo la cravatta, forse un po’ allentata, ma di sghimbescio sotto il colletto della camicia che mi costringeva il respiro. La gamba destra del pantalone strofinava il mio polpaccio. Bella prova! mi dissi. Dovevo proprio essere uno zombi… Odio gli straordinari in ufficio: anziché uscire alle 5, come al solito, avevo dovuto trattenermi sino alle 7 passate. Proprio l’orario giusto per un cicchetto… E non avevo neanche visto Helen, mia moglie, infermiera al General Hospital, che doveva fare la notte. Ma l’avevo sentita al telefono, mi pare… Cosa mi aveva detto? Non rammentavo…
Sempre al rallentatore, perché le meningi non si accorgessero dei miei movimenti e, magari, la smettessero di pulsare, allungai un braccio intorpidito.
Fu allora che gli altri miei sensi iniziarono a svegliarsi.
Dapprima fu l’olfatto. C’era un odore dolciastro e sgradevole che proveniva dal cuscino accanto a me: che roba era? Non era detersivo, non era profumo di donna. Cos’era?
Poi fu la volta del tatto. Le dita iniziarono a muoversi alla cieca sulle lenzuola, dapprima con circospezione, poi più freneticamente, perché qualcosa di vischioso rimaneva attaccato ai polpastrelli. Ma che diavolo…?
Costrinsi una palpebra dolente a socchiudersi: tutto opaco, come in una nebbia lattiginosa. Imposi un diktat anche all’altra palpebra: apriti, perdio! Lo fece.
E fu allora che lo vidi.
La testa era appoggiata sul cuscino, ma il resto del corpo giaceva – staccato dalla sua propaggine naturale – venti centimetri più sotto: decapitato!
In un baleno fui in piedi, dalla mia parte del letto: percepivo la mia bocca, ancora impastata di whisky e puteolente, spalancata nella “O” di “Orrore”!
Gli occhi sbarrati, continuavano a guardare senza vedere, lentamente mettendo a fuoco quella scena di morte. Lui stava lì, immobile, sporco del suo sangue non ancora rappreso: ecco l’odore dolciastro! Il sangue! Spostai lo sguardo sulle mie mani: rosse!
E vidi anche le impronte che avevo lasciato, nella mia cieca ricerca tattile sull’altra metà del letto, nel fluido vitale di quello sventurato che inzuppava le lenzuola.
Che fare adesso? Come riparare allo scempio?
E cosa mi aveva detto Helen?
Non appena formulato il pensiero, fui completamente sveglio: Helen!
I neuroni del mio cervello iniziarono un faticoso percorso a ritroso.
Prima di sbronzarmi, cos’era successo? Mi venne in mente un flash con Helen che al telefono mi diceva qualcosa… di un invito? Ma da chi? O forse no…
Noi avremmo avuto ospiti!
Ecco, sì! Sarebbero venuti da noi, a pranzo, i miei suoceri! Maledizione…
Quel pallone gonfiato di mio suocero, lui e i suoi milioni di dollari, accumulati con speculazioni immobiliari piuttosto dubbie. Lui, e le sue camicie hawaiane. Tanto per dire “io ci sono stato”! Lui e le sue stramaledette cravatte italiane di seta, da uomo arrivato, con gli uffici nella 5a Strada! Maledizione di nuovo …
E mia suocera. Con i vestiti firmati e tre chili di gioielli di Tiffany che le si arrotolano al collo grasso e attorno ai polsi da scaricatore dei docks.
Con quella voce stridula che le esce dalla bocca a cuore, rifatta dal miglior chirurgo plastico della Lexington, affondata in un viso da Buddha.
Maledetti loro, e il pranzo del Ringraziamento!
E io che mi trovavo con lui, decapitato, nel letto che fu mio e di Helen!
Ma come ero arrivato a tutto questo? Non riuscivo a ricordare…
Quali erano state le ultime parole di Helen? Cosa mi aveva detto, prima di uscire?
E cosa mi aveva detto Helen?
In un attimo fui in bagno: il rubinetto del lavabo, aperto al massimo, sembrava non riuscire a toglier via il sangue dalle mie mani. Le sfregai più volte vigorosamente con lo spazzolino per le unghie: l’acqua che defluiva, da rossa, divenne lentamente rosea e poi, finalmente, chiara e limpida. Solo allora smisi. Con le mani a coppa mi bagnai il viso più volte, sperando che l’acqua fredda cacciasse via la nebbia dalla mia mente e mi consentisse finalmente di ricordare: cosa era successo?
E cosa mi aveva detto Helen?
Alzai lo sguardo verso lo specchio sul lavandino e vidi il volto gonfio e tumefatto di uno schifoso ubriacone: sulla guancia avevo ancora impresse le pieghe del cuscino, nuove rughe di depravazione e di orrore.
Il suono del campanellino dell’ascensore che arrivava al piano, nonostante giungesse dal pianerottolo e fosse assorbito dalla moquette che rivestiva pareti e pavimento, mi sembrò assordante.
E se fosse stata Helen? Cosa avrei potuto dirle? Come giustificare…?
Freneticamente cercai ancora risposte nella mia mente annebbiata.
Helen mi ha detto… che prima di rientrare, si sarebbe fermata da qualche parte…
Sì, a comperare il dolce per il pranzo del Ringraziamento… Ma anche un’altra cosa…
Mentalmente, seguivo i passi provenienti dall’ascensore: se fosse stata Helen che tornava, ora sarebbe stata a 4 porte dalla nostra… Cosa mi ha detto Helen, prima di uscire? Che dovevo fare qualcosa, mi pare… Sì, dovevo fare qualcosa… Ma cosa?
Non riuscivo a focalizzare il pensiero, il cervello ancora prigioniero dalla visione ipnotica del mio letto e del corpo senza vita in un lago di sangue…
Cosa dovevo fare per Helen? Cosa mi aveva detto?
Il rovello della mia mente quasi lo potevo sentire: rumore stridente di ingranaggio rugginoso; cigolìo di rotelline inusate da tempo.
La chiave nella toppa dell’ingresso mi fece sobbalzare: mio dio, Helen! E ora cosa…?
“Aargh! Aargh! George!”
Helen, era Helen… Come avrei giustificato…? Il suo urlo perforava i miei timp…
Urlo? Non era un urlo, quello…
“Ah! Ah! George!”
… stava ridendo. Ridendo? Con l’incedere di un ballerino sulle punte, mi avvicinai alla camera da letto, da cui la risata proveniva. Mi bloccai sulla porta: la chioma rossa di Helen lentamente ruotò verso di me. Il suo sorriso a trentadue denti bianchissimi e perfetti quasi mi abbagliò: il suo corpo flessuoso copriva alla mia vista la “cosa” nel letto. Ero impietrito e la mascella aveva deciso di non aprirsi, neanche per consentirmi di dirle “ciao”…
“George! Sei il solito pasticcione! Quando ti ho detto di tagliare la testa al tacchino e di metterlo a ‘riposare’, intendevo in frigorifero, e non nel nostro letto! Ah! Ah!”
Lo giuro, non più un goccio di whisky… nemmeno un goccio!
(Bastian Cuntrari si legge soprattutto qui)
lunedì 26 maggio 2008
Calamar
di una notte che è meraviglia e dolore
il viandante passa veloce e non segue il mio sguardo
perso negli attimi cristallizzati, in una carezza.
Senza certezza sono le nostre azioni,
una lontana percezione d'alba
si confonderà presto con un tramonto
e allora ascolteremo il silenzio che ci avvolgerà
mai dimentichi delle mille e mille parole,
dei mille e mille sorrisi,
dei mille e mille baci e mugolii.
Sei il mondo, sei il sole,
la pioggia e il vento e la luna che non c'è
Sei la luce nella notte che tutto confonde,
sei il miele e sei il fiele
sei meraviglia e dolore.
Vago negli abissi dell?incoscienza
Io non sono mai stato lì
o forse non sono mai stato qui.
Forte e fiero è il mio lato chiaro
diverso e perso è il mio lato oscuro.
A casa finalmente distendo le mie membra
stanche di una notte e infreddolite dalla pioggia
è ormai l'alba e tu sarai sorridente sola
distesa fuggente rannicchiata sotto le lenzuola
Ancora verranno altre albe e risvegli
altre domande senza risposte.
Un altro mattino, un altro tramonto.
Momenti passati.
(Calamar si legge soprattutto qui)
Dampos
Apro le tende strizzando gli occhi come fossi abbagliato da un lampo durante un temporale e mi stiro a lungo, inarcando la schiena all’indietro. “ahhhaaa … che sollievo!”
Mi volto verso il letto, la scrivania e i mobiletti: sono ricoperti di regali! “Che giornata ieri!”.
Chiudo gli occhi sedendomi.
Oggi è cambiato tutto! Posso vivere in pieno la mia vita, sognare il futuro, crearlo! Stupendo! Posso realizzare ciò che attendo da mesi e poi … sarò finalmente grande!
Ripenso al caldo abbraccio dei miei genitori (detti “sapiens”), forte, pieno di felicità e fiducia in me! Poi, il nonno, che stringendomi a sé, come da sua mentalità si esprime: “ora sei diventato grande! Sei responsabile di te stesso!”.
E mio padre: “ecco! Infatti! Ricordati di usare sempre i preservativi!!!” E giù a ridere!
E la sera? Che bello! C’erano tutti gli amici!
“Era ora!!” mi dicevano alcuni. “Che fortuna! A me manca ancora un sacco di tempo!” altri… E poi, ricordo poco della serata, questo è un avvenimento da festeggiare con una bella ciucca! E non ho mancato!
E ora, carissimi, sogno alla grande: mi vedo crescere, diventare forte, famoso e perché no, ricco! Sarò buono perché la mia indole è questa … e tutto si crea, scrivo pagina dopo pagina nella mia mente. E sarà così! Ne sono sicuro!
Ma oggi è il giorno dopo e posso pensare di camminare di meno ed essere più veloce di prima!
Mi sento bene… Questa è la giornata dei miei sogni e nessuno me la può rubare.
Sedici anni dopo quel giorno, a trentaquattro anni, ricordo quei sogni: alcuni si sono avverati, altri rimangono scritti dentro me.
(Dampos si legge soprattutto qui)
mercoledì 21 maggio 2008
LaLuMoon
C’è un silenzio quasi assordante, deve essere una bella giornata fuori, di quelle con il sole tiepido, che ti scaldano il viso, ma non so come, non ho nessuna voglia di alzarmi.
“Zitti, zitti, c’è il telegiornale...” grida una voce nella stanza a fianco, allora non sono da sola, c’è qualcuno di là, la sveglia segna le 13.00, ma quanto ho dormito, e perché nessuno mi ha svegliato?
Forse è meglio che mi alzo, ma che giorno è oggi, non dovevo andare a scuola? Tento di scendere dal letto nella penombra della stanza, un dolore lancinante alla testa, vedo tutto girare, forse è meglio che mi distendo anzi no, meglio mangiar qualcosa forse. Ho ancora addosso i vestiti, ed ho dormito in camera dei miei, perché non nella mia? Perché non riesco a ricordare cosa sia successo?
Apro la porta, sento dei bisbiglii, dei singhiozzi, mi affaccio sulla porta della cucina, quanta gente c’è? Sono tutti seduti intorno al tavolo, le loro gambe non riescono a stare ferme un attimo, continuano a muoversi in un dondolio incessante, come il loro singhiozzare e il loro ripetere “Perché, perché?”
Nessuno si è accorto della mia presenza, mia madre si sta continuando a versare del caffè in quella tazzina, versa e beve, versa e beve, quasi un movimento automatico, e ora... Ma cosa fa, non si accorge che la tazza è piena, ma dove guarda, non lo sa nemmeno lei cosa sta fissando, o forse sì, ma il caffè sta gocciolando...
“Mamma, mamma, dai qui, pulisco io...” Ma nulla, non mi vede, ha la faccia troppo pallida e i capelli così tirati... Dove ha dormito stanotte, o forse non ha chiuso occhio? Mi siedo sull’unica sedia libera, sposto il giornale, lo appoggio sulle mie gambe, gli do un occhiata veloce, era quello che volevo fare, ma i miei occhi non si muovono oltre quella notizia, era del giorno prima... Il titolo, la foto, non facevo che leggere e guardare lì in prima pagina.
“No, il giornale, no! Vabbè che non sai leggere, ma è meglio di no, non devi guardare!”
Finalmente qualcuno si era accorto di me, ma era troppo tardi. Vado in prima, sì, ma so leggere benissimo, sono la più brava della mia classe. Ora posso tornare a dormire e a tener stretto quel cuscino. Si stava così bene in quel letto, e se domani non ricorderò qualcosa, farò in modo di continuare a non ricordare…
(LaLuMoon si legge soprattutto qui)
RoxieB
Mi aspettavo dolore, rabbia, paura o disperazione.
E invece provo solo sollievo.
Capito? Mi sono svegliata sollevata.
Come se non fosse successo nulla.
E' mai possibile che la testa mi faccia questi scherzi? E sì che è sabato. E ieri...
Almeno posso starmene a letto ancora un po' a rimuginare su quello che ho fatto. Ma più penso e più mi rendo conto che non provo senso di colpa.
Forse è sbagliato.
Forse sono pazza, forse dovrei schifarmi da sola.
Oppure... che sia... che sia rinsavita così improvvisamente?
Non posso crederci.
Quattro anni. O cinque? Quanti ne saranno passati? Scema scema scema!!!
Ma perchè non l'hai capito prima?Perchè tutto questo dolore, tutta questa sofferenza e non hai capito prima che c'era soltanto una cosa da fare?
E ti accorgi che ti è pure piaciuto farlo.
Senso di colpa? Dove sei? Perchè non sento avvicinarti subdolo e cogliermi in mezzo al petto con la tua ferocia?
Perchè non sento quella sensazione così familiare di anima strappata?
Oh. Ecco. Forse ci siamo. Sta arrivando.
...No invece.
Non è questo. Non stavo aspettando te, volevo l'altro. Il mio per lui. Non il mio per me.
Non riesco a crederci... Ho davvero colpa di essermi fatta del bene? Di essere riuscita a salvarmi per sempre?
Non voglio ritornarci, per favore, non voglio, adesso sto bene, solo adesso posso guardarlo senza tremare.
Non mi sento in colpa. Perchè non avrei dovuto farlo?
Sacrificarne uno per salvare l'altro.
martedì 20 maggio 2008
Alzata con Pugno #2
Adesso c’è da chiamare tutti. Amici, parenti, visto che più tardi di domani mattina il funerale non si può fare, e c’è gente che sicuramente vorrà venire anche da fuori, ma fa già caldo, più tardi di domani mattina non è il caso, e poi così facciamo passare le 24 ore canoniche, che speriamo che non sia in morte apparente sennò non abbiamo risolto niente. Non avrebbe risolto niente, dato che ha fatto tutto da se. Certo, ne avrà ingoiate di pillole, dato che certe volte se ne prendeva anche dieci e non le facevano niente, al massimo una dormitona di un giorno intero e poi ricominciava il bordello.
Mi piace pensare che l’abbia fatto per me, per liberarmi da lei, che mi amava così tanto da non sopportare che io mi rovinassi la vita per lei, che continuassi a soffrire le sue fasi maniacali.
Quante volte l’aveva minacciato? Quando era tranquilla la buttavo a scherzo, le dicevo “va bene mà, però non ti sparare in testa che poi devo togliere tutto il cervello e le schifezze dai muri, non ti tagliare le vene perché ci stai troppo tempo a morire, non ti impiccare che i lampadai sono appesi con lo sputo e finirebbero per venire giù e poi lo sai che gli impiccati si piasciano addosso” e lei rideva perché sapeva che era il mio modo per dirle di non farlo. Quando era in fase cattiva invece stavo zitta e mi limitavo a piagnucolare, indecisa su cosa augurarmi, indecisa se odiarla o mettere a tacere la mia anima, metterla in letargo fino a quando sarebbe passata. Una o due settimane d’inferno, poi tra una dormita e l’altra sarebbe tutto pian piano tornato alla normalità. Cercare di dimenticare quello che succedeva diventava ogni volta più difficile, e ogni volta diventava più difficile tornare ad apprezzare le piccole cose, le cose belle, tornare ad apprezzare lei, non provare schifo, non provare odio. Tutto questo mi prendeva più tempo e il mio terrore era che fosse già troppo tardi per me, che sarei diventata come lei. Forse invece adesso ho qualche possibilità.
Al mio compagno ho fatto promettere che se mi succede mi farà curare, anche con la forza i primi tempi, perché non voglio essere l’incubo dei miei figli, non voglio essere la loro amata condanna.
Adesso c’è da chiamare tutti, amici, parenti. C’è da trovare qualcosa di nero che non sia scollato, indecente. Apro i cassetti, non ho molta fortuna. Di nero c’è una t-shirt con stampata Margot di Lupin III, poi una con la locandina del Chat Noir, qualche top, decisamente scollato. Fortuna, una vecchia maglietta nera, non troppo scollata, un po’ scolorita dal tempo, ma va bene. E i jeans. Non esageriamo col nero, che poi non ci crede nessuno, che sul suicidio ho sempre avuto le mie opinioni e le sanno tutti.
Lei l’ho già vestita, m’è toccato farlo da sola, perché papà al solito si è reso inutilizzabile, mia sorella non avrebbe fatto in tempo a venire dal paese, che io non mi ricordo mica in quanto tempo viene il rigor mortis, e c’è da legare la mascella e i piedi un po’ uniti. E poi, chissà quand’è che è morta in realtà, a quale ora della notte. A quale ora del mattino. Papà stava portando il caffè della mattina, quello solito, anche se di questi tempi non sapeva se sarebbe stato ben gradito o se la tazzina gli sarebbe volata addosso con tutto il caffè bollente. E invece niente. Chissà come si era accorto che non respirava. Chissà se lei sapeva che ieri sera speravo che morisse. Chissà se sapeva che non lo volevo sul serio. O forse si. O forse no.
Adesso c’è da chiamare tutti, amici, parenti. Chissà com’è che me ne sto seduta sul letto, con i vestiti accanto ancora da indossare, l’espressione morbida, indecisa fra l’affrontare il futuro libera da lei, e l’affrontare il futuro orfana di lei. Adesso si, è tutto nelle mie mani, la mia vita, adesso, è tutta nelle mie mani. E cosa dire ad amici e parenti? Mostrare disperazione perché non capirebbero che ha solo smesso di soffrire? Che voleva che io non ne soffrissi più? Ieri aveva sputato tutto il suo veleno su di me. E ora mi ritrovo a piangerla morta. Forse, forse, è stato solo un atto di egoismo.
lunedì 19 maggio 2008
Blogexperiment
Piccoli bocconi di rabbia che avevo dovuto deglutire gia’ dalla colazione.
Biscotti e fette biscottate erano finiti, non c’era nemmeno del pane del giorno prima in casa, ma in fondo non mi dispiaceva, avevo la scusa per concedermi un cappuccio e una brioche al bar.
A meta’ cappuccino, e’ entrato lui, Andrea, con una nuova spalmata addosso. Aveva una faccia da troia, lei. Lui, invece, da bravo figlio di, ha fatto finta di non vedermi. Ho trangugiato quanto restava nella tazza, ustionandomi, ho cercato di pagare in fretta e andarmene da li’, ma la padrona del bar mi ha attaccato un bottone che non finiva piu’, chiedendomi perche’ e percome avessi lasciato li’ la brioche intatta. Per tagliar corto, le ho detto che ero in ritardo e che la brioche l’avevo scordata, poteva gentilmente metterla in un sacchettino da portar via?
Intanto lui, tranquillo e rilassato, a raccontarsela con la tipa, seduti ad un tavolino, come due in vacanza.
A morsi, li avrei presi, e invece potevo mordere ferocemente solo la brioche, sul metro’, anche se mi sembrava di masticare carta riciclata. Il croissant, per rappresaglia, si e’ lasciato andare a tradimento, con il subdolo intento di sporcarmi la camicia.
Certo che avrei preferito doverla buttare per l’impossibilita’ di togliere tracce di sangue e non di crema, cotta, come la seta della camicia, l’incubo di ogni tintoria.
Furente e impataccata ho affrontato la mattina tra un reflusso gastroesofageo, il rischio di un travaso di bile e i rimproveri del mio capo, per i continui errori.
Il pranzo, poi, l’ho saltato e sono rimasta al pc per rimediare ai danni fatti e per seviziare una vecchia foto di Andrea con photoshop, una copia, ovvio, l’originale me lo tengo da parte per nuove torture.
Verso le 3 e’ arrivata, radiosa, la collega nuova della contabilita’, munita di enorme bomboniera in limoges e cucchiaino d'argento per distribuire, soave, confetti a destra e a manca, per poi sfarfallare, leggiadra, nell’ufficio accanto.
Appena uscita, Marco il malefico non si e’ fatto sfuggire l’occasione ghiotta e ha iniziato a fare uno dei suoi soliti teatrini a mie spese, scaricandomi a raffica battute cretine sullo zitellaggio a vita. Gli altri colleghi tutti li’ a rincarare e a ridere piegati in due e io zitta, concentrata a cercare sul sito aziendale la foto di Marco per farle fare la stessa fine di quella di Andrea, o meglio ancora, stamparla e appenderla in bacheca con due puntine da disegno conficcate negli occhi.
Per tirare a fine orario, cercavo di pensare alla pizzata con Cristina, programmata per quella sera. Almeno avrei potuto un po’ sfogarmi con un’amica. Invece poi anche quella piccola consolazione e’ svanita: Cristina mi ha chiamata dicendomi che il suo bimbo aveva la febbre.
Che poi, che appena un bambino abbia due linee di febbre si debba fermare il mondo, proprio non lo capisco. Insomma, ha un padre quel bambino, sara’ ben in grado di dare un po’ di tachipirina anche lui, no?!
A quel punto, stavo ormai tornando a casa, rassegnata ad una triste serata davanti alla tivu’, quando per strada, due ghignanti ragazzette mi hanno rifilato un volantino con una faccia da presa per il culo che meta’ bastava: “Inaugurazione dell’Hypnose Disco Pub – Ingresso e consumazione gratis per le ragazze”.
Eh si’, l’ennesimo sberleffo, di certo pensavano che dare il volantino a me fosse proprio ridicolo, non ero tipo da disco pub ma piu’ da corso di ricamo nell’oratorio della vicina parrocchia, come insegnante, ovvio, vista l’eta’.
Questa piccola malignita’, a fine giornata, mi ha fatto scattare qualcosa, in un altro momento avrei buttato il volantino e non ci avrei pensato piu’, invece, per una volta, ho agito d’impulso e sono entrata nella prima boutique decente di zona e ho detto alla commessa, mai vista prima: “Stasera vado in un dico pub, trovami qualcosa di adatto.”
Gia’ da quella battuta c’era da non riconoscermi, figurati quando poi mi sono vista nello specchio! Ero sexy, aggressiva, una macchina da guerra. Non ho permesso a nessun dubbio di insinuarsi nella mia mente, sono tornata a casa, ho fatto la doccia, ho acconciato i capelli e mi sono truccata, colori forti, tinte di terra e sangue. Ho rimesso i vestiti appena acquistati e, quando e’ arrivata l’ora, ho chiamato un taxi e mi sono fatta portare all’Hypnose.
Appena entrata mi e’ crollato il mondo addosso. Erano tutti, ma proprio tutti tutti, giovani, dai dieci ai vent’anni meno di me. Mi sono sentita improvvisamente fuori posto, ridicola, anzi, patetica. Uscire subito sarebbe stato peggio, cosi’ mi sono arrampicata su uno sgabello del bancone e ho ordinato l’unico cocktail di cui mi ricordavo il nome: un Alexander. Il ventenne al banco mi ha guardata male e poi e’ andato a consultare un ricettario per barman e ha iniziato a pastrugnare con bottiglie e shaker. La cosa ha finito per attirare l’attenzione di tutti gli astanti che, a giudicare dai grossi boccali o dalle bottigliette di birra che avevano in mano, dovevano aver visto preparare un cocktail solo nei film. L’Alexander io me lo ricordavo dolce, questo era soprattutto alcolico, parecchio alcolico, senza nessuna traccia di crema al cacao. Mi sono rassegnata a sorseggiarlo lentamente, non volendo rischiare un colpo. scolandomelo d’un fiato, e, confesso, che sorso dopo sorso, ci prendevo gusto e mi sentivo meno vecchia e sbagliata. Tanto che quando, a tre quarti del bicchiere (che piu’ che da Alexander era da beverone estivo!), mi si e’ avvicinato un ragazzo e ha iniziato ad attaccar discorso, non l’ho neanche trovato strano. Lui era molto carino, sia nel fisico, sia nei modi. Mi ha fatto un sacco di complimenti per i miei occhi, per il vestito e poi, col procedere della serata, anche piu’ audaci, sulla mia scollatura, sulle gambe… Abbiamo persino ballato, io all’inizio non volevo. ma lui mi ha mostrato come muovermi ed era veramente divertente, ridevo, ridevo, dio quanto ho riso quella sera! Poi mi ha chiesto se poteva riaccompagnarmi a casa e in macchina ci siamo baciati. E’ stato molto emozionante. Abbiamo parlato almeno mezz’ora e poi dispiaceva ad entrambi lasciarci, cosi’, l’ho fatto salire. Sapevo che saremmo finiti a letto e lo volevo. E’ stato grandioso! Attento al mio piacere, continuava a chiedermi cosa volevo che facesse e se andava bene, tenero ma forte, fantasioso ma rispettoso, insomma, perfetto. Felice e appagata, mi sono addormentata tra le sue braccia, pensando che non ero mai stata con un uomo piu’ giovane e che se erano tutti cosi’ mi ero persa davvero qualcosa.
Il mattino dopo mi sono svegliata da sola. Accanto a me un biglietto:
“Scusa se me ne vado senza salutare ma stai dormendo cosi’ bene e sarebbe un delitto svegliarti.
Mi spiace, non avevamo pattuito un prezzo, quindi ho preso solo 100 €, anche se la mia tariffa abituale e’ di 150, spero lo troverai congruo. Ti lascio i mio telefono, se non sei soddisfatta, posso ridarti i soldi, se invece lo sei, posso farti passare altre notti come quella di ieri.
Un bacio. Ricky”
Puoi immaginare come ci sia rimasta. Ho pianto, grosse lacrime di rabbia come non ne piangevo da quando Andrea mi ha piantata, ho scagliato il cuscino contro la parete e ho anche rotto l’abat-jour. Poi mi sono calmata, ci ho riflettuto bene e ho capito che, alla fine, Ricky era stato onesto. Avrebbe potuto derubarmi, invece aveva preso solo il giusto. Aveva fatto conoscere il prodotto, offerto un servizio senza difetti e preso il suo compenso, congruo. Pensandoci e ripensandoci, ho finito per fare due conti, e mi sono detta: non fumo, non ho vizi, 150 € per me li posso spendere, una volta al mese. C’e’ chi va in beauty farm …
Infatti l’ho richiamato, due, anzi, tre volte, non e’ stato neanche imbarazzante, lui e’ davvero bravissimo a metterti a tuo agio, anche al momento di pagare. A proposito, ho insistito io per pagarlo appena passa a prendermi, preferisco cosi’ piuttosto che quando va via, il mattino dopo.
Ah, se vuoi, ti passo il numero, vale davvero la spesa.
(Blogexperiment si legge soprattutto qui)
J.J. #3
Era un tipo da primo bacio.
Poi basta.
Quando succedeva, il mattino dopo lui si eclissava.
Spariva completamente diventando assolutamente irrintracciabile, lasciando dietro a sé indirizzi sconosciuti, cellulari irraggiungibili, innocenti promesse non mantenute.
Ansie di ragazze riaccompagnate a casa dopo un’incantevole serata e non più in grado di dare un futuro a sogni dolcemente accarezzati prima di addormentarsi e smarrimento di sguardi che, sognanti al chiaro di luna, brancolano smarriti nella cruda realtà del giorno dopo.
Tutto questo un po’ gli dispiaceva ma sapeva di non avere altra scelta.
Per lui era come una necessità, un bisogno primario, una droga.
L’energia che ogni primo bacio riesce a sprigionare, quel fantasmagorico caleidoscopio di ineguagliabili emozioni e sensazioni non sarebbe stato più possibile replicarlo.
Era quello il momento in cui le donne si concedevano di smettere quella maschera che socialmente erano obbligate ad indossare e che finiva per appiattirle, renderle tutte simili, se non in fin dei conti uguali. Si scioglievano, si abbandonavano, ridiventavano se stesse, infiniti mondi ognuno diverso dall’altro e ognuno a suo modo bellissimo.
A volte ci voleva qualche secondo per ottenere questa magia ma alla fine la resa arrivava puntuale.
Anche perché lui baciava benissimo. Quel che va detto, va detto.
Baci lunghi, infiniti, baci corti, baci chiusi, baci aperti, baci morbidi o senza labbra, baci spaventati, baci spavaldi, baci discreti, baci rubati, baci impetuosi, baci dati con infinito trasporto o timidamente fugaci, umidi e perfino aridi, baci immobili o continuamente in movimento. Non v’era tipo di bacio che non avesse provato e, se non aveva una sua particolare preferenza, ad essere sinceri ricordava con affetto i baci avuti da un paio di ragazze un po’ bruttine che, forse proprio per questo, gli avevano restituito una riconoscenza e una gratitudine che raramente aveva incontrato.
I baci li ricordava tutti. Perfettamente. In ogni loro più piccola sfumatura di morbidezza, sapore e intensità. Aveva un’esperienza tale da riuscire, nel trasporto emozionale che ogni volta lo estasiava, ad analizzarli nel più piccolo dettaglio. E quando li ricordava si sentiva avvampare nuovamente. Come la prima volta, appunto.
Spesso si era considerato alla stregua di un collezionista che con beata e orgogliosa soddisfazione contempla delle splendide opere d’arte ma forse si sentiva anche un po’ cacciatore, ma non di aquiloni che quella è roba da ragazzini, perché in fondo non v’è preda più dolce e gratificante di una donna che per la prima volta si concede per mezzo delle sue labbra.
Era assolutamente convinto che nessun secondo bacio al mondo potesse eguagliare l’esplosione di emozioni e sensazioni contenute in un primo bacio.
Il secondo bacio avrebbe rovinato tutto.
Era per questo che non baciava mai la stessa donna due volte.
La città era molto grande e non lo spaventava un’eventuale carenza di baci e neppure la possibilità di rincontrare casualmente per via una delle sue ex-primobacio. Ciononostante, si era trovato un paio di volte a dover seminare delle donne particolarmente intraprendenti, intraprendenti come i primi baci che gli avevano appena dato, che lo pedinarono per scoprire dove abitasse. Queste eventuali sorprese non erano del tipo che preferiva e così dovette acquisire una discreta abilità ad infilare la prima finta porta di casa a disposizione. Attendeva paziente il dileguarsi della soddisfatta detective e poi se ne andava.
La sua tecnica preferita consisteva nel condurre la serata attraverso un corteggiamento attentamente studiato in ogni dettaglio e condotto perché ci si ritrovasse nella più classica delle situazione del “bacio della buonanotte”. In questo modo, in macchina o sull’uscio di casa, poteva portare a compimento la sua missione e un attimo dopo svanire nel nulla evitando qualsiasi ulteriore complicazione.
Ma non sempre andava così.
Una volta era successo che, ad un secondo appuntamento, una giovincella particolarmente smaliziata lo avesse abbracciato davanti al ristorante in cui le aveva dato appuntamento e lungamente baciato prima di entrare. A quel punto il rischio di un secondo bacio era stato talmente grande che, con la scusa del bagno, cinque minuti dopo lui si era alzato dal tavolo e aveva infilato l’uscita piantandola lì.
Un’altra volta era successo a Venezia, dopo circa una settimana che si frequentavano e sempre per iniziativa di lei che poi fini sola a dar da mangiare ai piccioni mentre lui svicolava fra le calli.
Ma mai come quando, alle prese con una donna un po’ avanti con l’età, profondamente religiosa e di solidissimi principi morali, il corteggiamento si trascinò così a lungo da far sì che si frequentarono per mesi e mesi. Fu introdotto nella sua famiglia e presentato come accompagnatore ufficiale e dopo innumerevoli serate passate a guardare la tv sul divano assieme ai suoi o a giocare a tombola o ad addobbare l’albero di Natale, una sera a cena, subito dopo il dessert, il padre di lei si alzò e manifestandosi come aspirante futuro suocero dichiarò tutta la sua felicità prendendo l’iniziativa di fissare una data per la festa di fidanzamento della figlia con questo gran bravo ed onesto uomo che il destino aveva condotto sotto il loro tetto.
Quella sera, quando si salutarono sulla porta di casa, lei arrossì molto sfoderando un’ardimento che mai si era riconosciuta prima ed acconsentì a baciarlo. Fu dolcissima, nella sua tremante timidezza.
Il mattino dopo lui sparì.
C’era un’unica regola che rispettava sempre e considerava assolutamente inderogabile: non baciava mai al primo appuntamento!
Lui sosteneva che baciare al primo appuntamento era da conquistatori, da tacca sulla cintura e che in quel modo si mancava di rispetto alle donne che, anche nei casi più emancipati e “moderni”, conservano sempre in fondo al cuore quel dolce romanticismo che chiede gentilezza ed onestà nel corteggiamento.
Lui sosteneva.
Ma lui per primo sapeva che questa regola serviva in realtà per metterlo al riparo dal rischio più grande, da quel bacio che, se dato al primo appuntamento, avrebbe potuto rivelarsi come Il Bacio… e che avrebbe molto probabilmente fatto rima con amore mettendo fine al tutto.
E di ciò aveva un po’ paura.
Ora, il mattino dopo, non si sentiva così spaventato mentre stava diritto al cospetto del grande portone in cui lei era entrata la sera prima.
Si, l’aveva seguita.
Non aveva potuto farne a meno dopo averla salutata, al centro della grande piazza poco distante, con un lungo e caldissimo primo bacio… dato al primo appuntamento, appunto.
Non si ricordava bene come fosse successo. Non si ricordava nemmeno quando aveva deciso di infrangere la più sacra delle sue regole.
Si ricordava solo che dopo averla lasciata il suo animo era tranquillo come mai prima, che il suo pensiero ipnotizzato la stava seguendo prima ancora che i suoi piedi muovessero un passo.
Ora doveva scegliere.
Scegliere se considerare il tutto come un’irripetibile eccezione e volgere gli occhi sulle labbra di un’altra donna o porre fine al tutto scegliendo di entrare.
Dentro di lui, si stupì, non aveva paura di un secondo bacio di lei. In qualche modo sapeva che tutti i suoi baci sarebbero stati fantastici come il primo e forse anche di più, svelandogli così un mondo che finora non conosceva.
Forse è proprio questo l’amore, si disse.
Aprì il portone e con passo deciso entrò.
Quando uscì nuovamente sulla strada il sole del mattino lo colpì in pieno facendogli volgere il viso e socchiudere gli occhi.
Si sentì rimescolare un po’ ripensando all’androne scuro che si apriva su un cortile completamente abbandonato la cui unica presenza erano delle vecchie cataste di legname marcio e ammuffito.
Al collezionista collezionato o al cacciatore cacciato, come vi piace pensarlo, rimaneva ormai un’unica certezza.
Non avrebbe mai più baciato nessun’altra donna.
sabato 17 maggio 2008
ChemicalVelvet #2
Li odio. No, peggio, li detesto.
Mi hanno lasciata qui, ieri sera.
Chiusa dentro, senza chiavi, senza via d'uscita, in attesa del loro ritorno.
Ho pianto tutta la notte, ho gridato, ho fatto il diavolo... ma non è servito a farli tornare.
Sola in questa casa nuova, ignota, estranea, terribile.
Il trasloco, altra casa, altra vita, ricominciare da capo, questi muri che non riconosco, ogni fruscìo, ogni rumore... ho rischiato di impazzire. Senza parlare di... fuori.
Sento i peli della nuca rizzarsi al solo pensiero di uscire da sola in questo quartiere sconosciuto.
Ho paura.
E la paura fa fare cose brutte. So che spezzerò il cuore di Alfredo.
Forse non mi vorrà più vedere, di certo non sarà più come prima.
Ma da un po' non è più come prima: da quando hanno trovato quella nuova cura... per loro sono diventata invisibile.
“Saremo in tre” gli ha detto quella sera.
E io? Chi cazzo sono io? Nessuno? Sono qui, dietro di voi, esisto, guardatemi!!!
Niente.
Luisa era raggiante. Hanno riso, pianto, brindato, telefonato agli amici.
Mi è crollato il mondo addosso.
Certo, io non sono figlia loro... sono orfana - o meglio figlia di chissà chi, abbandonata a pochi mesi in un cartone nel parco.
Mi hanno trovata, adottata, cresciuta... devo loro tutto, ma che diritto hanno di trattarmi così? Non possono usarmi poi gettarmi via come una scarpa vecchia.
Questa notte ho tradito la loro fiducia. Ho fatto l'unica cosa che non avrei mai dovuto fare.
Ma devono capire la rabbia che provo. Mi puniranno... spero che lo facciano.
Meglio di questa lacerante indifferenza.
Un rumore, fuori. Le chiavi nella toppa... finalmente.
Luisa apre la porta, e fa entrare Alfredo con un cartone pieno di vestiti.
Dietro di loro altri cartoni per terra.
Lei apre le braccia, e con un gridolino si rivolge a me.
«Ciao, Ambra, tesoro... Ti sei sentita sola?»
Non sai quanto, brutta stronza.
Mi viene da piangere, ma mi trattengo, soffocando i gemiti in gola.
«Cosa c'è, non vieni a salutare la mamma? Non sarai mica arrabbiata...»
Lei è così dolce... non ce la faccio proprio a tenere il muso alla mamma.
Mi getto verso di lei, e mi lascio avvolgere dal suo abbraccio di vaniglia e orchidea.
Alfredo sta andando di là.
Tra poco scoprirà quello che ho combinato.
Mi irrigidisco, respiro piano. Potrei scappare, la porta è aperta, un balzo e sono sparita.
Ma non conosco nessuno qui, là fuori mi farebbero del male. E cosa farei senza di loro...
Un tonfo. Ha mollato lo scatolone.
Istintivamente mi faccio piccola piccola, ma non serve. L'urlo arriva lo stesso.
«LUISAAAAAAAAAAAAAAA!!!»
Mamma allenta l'abbraccio, e mi guarda con aria severa.
Vorrei chiederle scusa, mi dispiace, non volevo... ma...
Non sono mai riuscita a comunicare con lei.
Alfredo urla di nuovo, più forte.
«LUISAAAAAAAAAA!!! VIENI A VEDEREEEE!!!!»
Poi arriva, paonazzo, con in mano un brandello di tessuto.
«Guarda, quella tua stupida gatta ha distrutto la mia poltrona nuova!»
(ChemicalVelvet si legge soprattutto qui)
venerdì 16 maggio 2008
Sole d'Autunno
Allungo un braccio fuori dal lenzuolo e lo zittisco. Chissenefrega se il sole è alto, io voglio rimanere a dormire e cacciare via questo sottile mal di testa.
Etciù! Etciù! Etciù! Etciù!
Dannazione come odio gli starnuti a ripetizione.
Accendo la luce sul comodino. Le 7. Una giornata come tante altre che inizia. Devo sbrigarmi se fra un'ora voglio essere in studio. Chissà come se la riderà la Susy quando le racconterò il sogno che ho fatto stanotte. 3.124.750 euro vinti al lotto. Magari avessi una simile botta di culo una volta tanto. E invece niente. Io non mi smentisco mai, nemmeno 1 euro al gratta e vinci ho mai vinto.
7.10, seconda sveglia "...e ora diamo la linea alla redazione per le news. Buon giorno e ben ritrovati da Cla..."
Click. Ok, per oggi niente brutte notizie di prima mattina.
Mi alzo e mi dirigo verso il bagno ma non sono nemmeno a metà del corridoio che squilla il telefono. Ma chi è a quest ora? Cosa c'è? Cosa c'è??
"Pronto"
"Hei... ciao Mire, sono la mamma..."
"Mamma che c'è? E' successo qualcosa?"
"Ehm... no... cioè, veramente si... Tuo padre è appena rientrato con il giornale e..."
"E?"
"In prima pagina... 3.124.750 euro vinti in provincia di Trento. Ecco i numeri vin..."
"Mamma, non vorrai stare qui a leggermi tutto il giornale..."
"Un attimoo!! Mi fai parlare? Dicevo: Ecco i numeri vincenti, giocati sulla ruota di Roma 2 40 43 52 84... Mire, sono proprio quelli che mi avevi detto tu ieri a pranzo... Mi spiace davvero tanto che tu non abbia fatto in tempo a giocarli. In quello studio ti fanno lavorare troppo. E’ stato davvero un peccato ma sarà per un'altra volta. Stavolta è andata così. Non te la devi prendere trop..."
"Si, mamma, hai ragione... Ora scusami ma devo lasciarti altrimenti faccio tardi al lavoro. Questo ho e me lo devo tenere stretto"
"Hai ragione, si. Ti aspetto a pranzo. Ciao tesoro"
"Ciao ma'"
Finalmente torno a dirigermi verso il bagno. Mentre mi osservo gli occhi appesantiti nello specchio ingranditore, allungo una mano verso il primo cassetto alla ricerca della fascia per capelli.
Senza distogliere lo sguardo dallo specchio continuo a tastare nel cassetto ma visto che non la trovo mi volto, chiudo il primo cassetto e apro il secondo ed è allora che vedo il tagliandino arancione. Sulla cassettiera.
Un tagliandino del lotto.
Allungo la mano un filino tremante, lo avvicino agli occhi.
Ora ricordo: le 19.00, la telefonata alla mamma per dire che facevo tardi in studio, la schedina del lotto da giocare sulla scrivania accanto al citofono, le 19.27, l’ultimo cliente del dottor Grimaldi che esce. Io che prendo la giacca, la corsa, le scale, i tacchi, il portone, la strada. L’acquazzone, il parcheggio. In salvo verso la twingo o verso la ricevitoria dall’altra parte della strada? In macchina al volo, mi sento rispondere… ma le mie gambe hanno già preso una direzione diversa... Ennio che sta per prepararsi a chiudere la serranda, io che entro appena in tempo.
“Sono ancora in tempo per una giocata al lotto?”
“Si, il terminal segna ancora le 19.29”
“Ecco” dico ad Ennio allungandogli la schedina attraverso la mezzaluna nel vetro. Esita un attimo che mi sembra un’eternità... devo essere un mostro a vedersi, in effetti. Zuppa d’acqua, con i capelli appiccicati alla faccia, i vestiti bagnati, gli occhi rigati di nero... Devo decidermi a comprare un mascara waterproof…
“Tre euro e cinquanta”
“Ecco qui. Grazie Ennio. Arrivederci”
Io che riattraverso la strada, la twingo, le chiavi che quando è il momento non si trovano mai. Chissenefrega che tanto ormai più zuppa di così... La sbarra del parcheggio, il traffico, il portone, le scale, le chiavi del mio appartamento.
Infreddolita mi spoglio lasciando cadere tutti gli indumenti sul pavimento del bagno, la doccia bollente, l’acqua che bolle, il riso integrale.
Il televideo, la pagina 591, Roma, 2 40 43 52 84…
Non era un sogno. Non era un sogno!!
Corro in cucina e sollevo la cornetta.
Seleziono la chiamata rapida.
Il mio viaggio intorno al mondo, una macchina nuova per il papà, una villetta con il giardino per me, una per i miei.
“Mamma...”
(Sole d'Autunno si legge soprattutto qui)
Baldino79 #1
“Signor Presidente”... nessuna risposta, e mentre l’orchestra in sottofondo saliva di tono bussò ancora.
“Signor Presidente”... nessuna risposta.
Ariano decise di aprire contraddicendo le regole del Tempio venendo inondato dall’acuto finale del cantante lirico “VINCEEEROOO..”. Il Presidente era intento a giocare con un mappamondo come se fosse un novello Charlie Chaplin ne “Il dittatore”.
“Signor Presidente sono venuto ad informarla che l’arrivo di suo padre è previsto per domani mattina durante la sua visita al nuovo istituto di ricerca contro il terrorismo.”
L’annuncio non sembrò interessare minimamente il Presidente che continuò imperterrito a giocare felice come un bambino con la sua palla. Sconsolato Ariano chiuse la porta e si avvicinò alla scrivania intasata di bottiglie di whisky e bicchieri semivuoti, cercò di fare spazio in quel disordine e vi appoggiò un fascicolo sulla cui copertina capeggiava la scritta TOP SECRET e una data, 11 Primo Autunno. Sconsolato, osservò quel pargolo mai cresciuto roteare sul tappeto su cui era raffigurato lo stemma dell’Unione Americana con i due continenti a formare una grossa fauce pronta a divorare il resto del mondo.
“Le lascio il programma così potrà consultarlo con tranquillità”. Si avviò verso l’uscita quando, improvvisamente, il Presidente si fermò dimenticando il suo piccolo mondo e cominciò a fissarlo.
“Cos’è questa musica? Non l’avevo mai sentita prima d’ora”.
Ariano si accostò alla soglia dell’uscio semiaperto e si voltò, non capiva il senso di quella richiesta.
“Sai ho trovato questo dischetto in una di quelle case diroccate che abbiamo visitato ieri pomeriggio dopo l’uragano, pensavo di trovare solo musica jazz, gospel o blues in quel ghetto canterino”.
“E’ lirica signore, un’opera lirica e precisamente un’aria tratta dalla “Turandot” di Giacomo Puccini, si usava proporla nei teatri prima che venissero chiusi per mancanza di fondi e lasciar spazio ai parcheggi, alle nuove zone residenziali e commerciali, ai finanziamenti all’esercito dei “peacemaker” che lavora per l’integrità della nostra sicurezza”.
Il Presidente lo fissò perplesso e facendosi sfuggire un sogghigno ironico disse: “Vedi alla fine avevo ragione. Questo prova che alla fin fine quelle costruzioni non servivano a nulla, erano uno spreco di spazio e denaro. Perché erigere edifici del genere per ascoltare della musica quando puoi godertela da casa?”
Ariano lo guardò perplesso per un istante e, non trovando una risposta adatta a quella domanda si lasciò alle spalle quel viso sogghignante per tornare al suo lavoro.
(Baldino79 si legge soprattutto qui)
Nadir
Nell’abbandonare il rifugio, aveva maldestramente dimenticato il cappello, e adesso lo rimpiangeva; quell’oggetto non rappresentava solo una protezione dalle intemperie e dal sole, ma le serviva per mimetizzarsi meglio. Qualche anno addietro, quando ancora c’era la speranza di riuscire a sovvertire quel regime assurdo, aveva avuto molti nascondigli a cui attingere quello di cui lei ed altre come lei avevano bisogno, anche perché molti gli uomini non avevano aderito subito a quelle leggi, ma poi la paura delle torture e la convenienza avevano fatto il loro gioco, e ormai non ci si poteva più fidare di loro.
Anche se erano passati solo dieci anni da quel maggio infuocato, non c’erano più tracce di quella che era stata il paese in cui era nata, ormai quella penisola a forma di stivale era diventata una provincia mussulmana in cui chi non si piegava alla legge dell’Islam aveva solo due alternative vivere in clandestinità o morire.
Un sorriso amaro le sfiorò le labbra perchè a pensarci bene l’alternativa era una sola, vivere in clandestinità significava la morte se venivi catturata, e malgrado tutto lei non aveva nessuna intenzione di morire. E dire che non era mai stata una di quelle fanatiche femministe, voleva il giusto riconoscimento per i propri meriti ma non a costo di snaturarsi, eppure adesso doveva imitare il comportamento dell’altro sesso per non farsi scoprire, a ruttare e sputare per terra per quanto non le piacesse, era riuscita ad imparare, ma per grattarsi le palle e pisciare in piedi era stato un po’ più difficile, ma un lampo di genio le aveva risolto la questione, utilizzando dei cateteri e silicone era riuscita a costruire una protesi che da lontano poteva ingannare, per questo era costretta a fare vita raminga, andando ad ingrossare le fila dei barboni, ma tenendosene ben lontano, ad evitare che qualcuno la denunciasse per un misero piatto di pasta.
In quegli anni aveva messo in pratica le nozioni apprese sui vegetali e sugli animali, lei che aveva aborrito gli archetti dei bracconieri aveva imparato a costruirli, ma l’antico amore per la natura non le permetteva di far soffrire più del necessario quelle piccole bestiole, era sempre nei pressi della trappola, e quando questa scattava bloccando la preda, vi si precipitava con quanta più circospezione poteva, spezzandole il collo.
Le sue riflessioni furono interrotte dai primi goccioloni di quello che si preannunciava un temporale con i fiocchi, osservò con più attenzione il territorio, ormai l’acqua scorreva a catinelle, si maledì ancora una volta per aver scordato il cappello!
Proseguì a passo svelto, raggiungendo una casa semidiroccata, una di quelle case cantoniere che erano lungo i binari, solo che adesso i binari erano divelti, ne aggirò il perimetro con cura e vi entrò attraverso una finestra rotta, dentro c’era odore di muffa e di escrementi secchi. Sbuffò, arricciando il naso, ma di quei tempi doveva accontentarsi, cercò un posto asciutto abbastanza nascosto, che le permettesse di tenere d’occhio le entrate e la possibilità di sgattaiolare fuori senza troppo fracasso. Prese dallo zaino un po’ di pane ed alcune radici che aveva raccolto il giorno avanti, il pane era duro ma ancora buono e le radici avevano un vago sapore di nocciola, il temporale fuori si scatenava in tutta la sua furia, pensò che per quella notte avrebbe dormito tranquilla, anche se ormai il suo istinto non le avrebbe permesso di dormire con entrambi gli occhi chiusi.
A più riprese i tuoni la svegliarono, poi un suono inusuale allertò i suoi sensi, un elicottero. Usci dal casolare abbandonato e dal riparo di un sambuco vide passarne altri, doveva essere successo qualcosa di grave, d’altronde si trovava nella Valtellina e ricordava ancora chiaramente l’alluvione del 1987. Doveva muoversi, non poteva restare lì col rischio di farsi scoprire, chiuse bene lo zaino, se lo assestò sulle spalle, e si allontanò nella direzione opposta a quella dell’elicottero.
Continuò a camminare sotto la pioggia, inerpicandosi per i sentieri, oltrepassò alcuni vecchi cartelli stradali, tutti arrugginiti e che a stento stavano in piedi sotto le raffiche di vento, “Mad i ano”... Lesse le uniche lettere chiare, continuò ad andare verso Nord, evitando i sentieri troppo ripidi, non voleva certo ritrovarsi in una tormenta di neve.
Ormai gli scarponi erano diventati due barche, e ogni passo le pesava, iniziava ad albeggiare, si fermò sotto uno spuntone di roccia a riprendere il fiato e a levarsi l’acqua dagli occhi. Due minuti, aveva chiuso gli occhi solo per due minuti, non poteva essere già mattina! Il sole splendeva sul paesaggio che mostrava tutti gli affronti in quella mattina dopo una tempesta come poche negli ultimi anni, si massaggio le mani fredde, il paesaggio era lo stesso del giorno prima… ma sulla strada i cartelli stradali erano ben tenuti… una debole speranza iniziò a farsi largo nei suoi pensieri, la fretta del cuore frenata dalla logica della mente “piano, non correre, fai attenzione” scese dal sentiero sulla strada, “Brusio” “Viano” “Piazzo” “Miralago” leggendo la speranza divenne una certezza, ERA SALVA! La Svizzera aveva mantenuto la sua neutralità, ed in un imprecisato istante di quella notte aveva passato il confine.
(Nadir si legge soprattutto qui)
giovedì 15 maggio 2008
J. J. #2
AAAAWWWWWNNNN…
…
Ecco, andati.
Anche quei due secondi, quei due rapidissimi quanto meravigliosi secondi se ne sono andati. Quegli attimi sfuggenti in cui sei nel mondo senza che il mondo sia ancora dentro di te, in cui appena aperti gli occhi puoi non pensare a nulla, essere nulla, preoccuparti di nulla prima che la realtà ti inondi e ti violenti strappandoti dal tuo confortante letargo mentale per proiettarti nella solita quotidianità fatta di impegni, problemi, preoccupazioni.
La solita quotidianità…magari!
…
Fammi dare un’occhiata alla stanza.
Scrivania… libri scolastici e pc …sedia con un tot di abiti buttati alla rinfusa …abiti femminili…
Vediamo sotto la coperte…mmmh, fisichino minuto, giovane, camicione lungo con…con…oh cazzo! Ho addosso una grossa grossissima mucca in bella vista. Beh, stellina, se ci mettiamo che sopra il letto c’è appeso un poster della Pausini…allora te la meriti tutta!
Una ragazzina. Avrà…avrò…insomma più o meno dodici-tredici anni.
Era parecchio che non mi capitava una ragazzina.
Gente adulta, perlopiù avanti nell’età. Operai metalmeccanici, casalinghe, impiegati del catasto, autisti di bus di tram di taxi, vecchietti della casa di riposo, immigrati regolari e non, disoccupati, preti, medici, avvocati onesti (rarissimi) e non (i più), carcerati, giardinieri, puttane, trans da tangenziale, ogni varietà possibile e immaginabile. Tocca a tutti, prima o poi, e in fin dei conti la storia è più o meno sempre la stessa.
Ogni mattina.
Nuove facce, nuove vite, nuovi ritmi e abitudini.
All’inizio era veramente un casino.
Saltavo giù dal letto in preda al panico, giorno dopo giorno. Oggi sono maschio o femmina? biondo o castano? alto o basso? mi riconosceranno…cioè riconosceranno me…cioè quel lui/lei che sta fuori di me…o dovrei forse dire quel me cha sta dentro quel lui/lei.
Poi come in ogni lavoro, anche quello più sporco e assurdo, ci si abitua. Pian piano capisci che in realtà sai già tutto quello che ti serve. Sei appena arrivato ma potresti alzarti, infilare sicuro la porta della cucina in cui sei/non sei sempre/mai stato, aprire l’anta dell’armadio che hai/non hai sempre/mai aperto, prendere la tazza per il caffè che hai/non hai sempre/mai bevuto ogni mattina…e via così.
Vi potrei perfino descrivere il boccolo che ogni mattina boccola sul volto di mia/sua madre che ho/non ho sempre/mai visto e che ora è di là in vestaglia a preparare la colazione.
E stessa cosa al bar. Entri e puoi dire il solito e il barista te lo porta. Idem con la solita linea del bus o del metrò, svolti al solito angolo, entri nel solito palazzo. Con i colleghi di lavoro uguale, le solite battute, le solite pratiche, le solite riunioni, le …
Ma poi a un certo punto…STOP!
Si chiude il sipario e la rappresentazione finisce.
Sarà lo stesso anche per ‘sta ragazzina. Però, è un peccato che se ne debba andare così giovane. Uno pensa di avere davanti tutta una vita e non fai a tempo a finire le medie che “la tua sorte viene e ti prende per mano”.
E’ questa la parte peggiore di ogni mia giornata. Non avere un futuro davanti. Nemmeno una mattinata intera, a dire la verità.
Nella mia pur non lunghissima carriera, ho un record di vita che si ferma alle 11.58. Si è fermato sotto le ruote del 17barrato in piazza Libertà. Che botto!
Mi viene pure il dubbio che in questo assurdo e interminabile incantesimo ci sia qualche sorta di regola che non permette di sforare il mezzogiorno. Ci ho provato, eh, mi ci son messo anche d’impegno. Ma puoi tenere gli occhi aperti, muoverti con infinita cautela, evitare ogni più piccolo barlume di situazione di rischio. Perfino a rintanarti in casa non c’è scampo. Decidi di non uscire, di non scendere nemmeno dal letto, spranghi le porte, sbarri le finestre, non tocchi niente, non sfiori niente, non pensi niente. Poi se deve essere ictus, ictus sarà. O infarto o una qualsiasi merdata che ti secca lì dove sei.
E pure viceversa. Non puoi sottrarti. Per stizza ho provato anche quello. Una mattina ho aperto gli occhi particolarmente stufo e incazzato e fischiettando mentalmente un bell’affanculo a tutti, mondo compreso, ho passato una grossa corda a cappio sopra una possente trave a vista della mansarda in cui mi ero risvegliato e ho dato un bel calcione alla sedia.
E’ venuta già la trave, porco cazzo! Avrà avuto non so quanti anni, avrà sopportato non so quanti sforzi e proprio in quel giorno quel inutile pezzo di legno ha deciso che era più stufo di me e mi ha lasciato col culo per terra in mezzo alla stanza con la corda moscia che mi penzolava dal collo. Sarà la suggestione ma mi è parso di sentire qualcuno sghignazzare.
Due minuti dopo, scendendo in cucina, son volato giù dalle scale. E morta lì.
Di patologie letali, traumi, morti violente in genere, ne ho provate davvero parecchie. Non avete nemmeno idea in quanti modi uno può morire. Ci sono quelli in cui te ne vai di botto, bus e camion sono i miei preferiti, non ti accorgi di nulla, non come quando hai il tempo di renderti conto di tutto, secondo dopo secondo, magari disteso in una pozza di sangue che si allarga lentamente attingento dalle tue vene o come quando passi una lunghissima ora fra i disperati soccorsi di due infermieri del 118 che le tentano tutte sperando in quel miracolo che tu sai già non avverrà.
Incidenti, avvelenamenti, mali incurabili vari e assortite, per droga, vecchiaia, sparato, sgozzato, investito, annegato, precipitato, schiacciato, soffocato, e via così all’infinito.
Ormai mi sono ridotto a sperare almeno di non soffrire troppo.
Per sdrammatizzare, un po’ come un becchino all’obitorio che per sopravvivere racconta barzellette sui morti, devo dire che ci sono stati anche dei momenti quasi divertenti come quella volta in cui son volato attraverso la vetrata di un negozio e un pezzo di vetro mi ha aperto in due la pancia e mentre stavo accasciato sul marciapiede tenendomi in mano il mio intestino che come un serpentone gigante voleva strisciarsene via ad una vecchietta che lì vicino aveva assistito alla scena è venuto un accidente ed è rimasta secca prima di me.
Me ne sono andato con sadico ghigno dipinto in volto. Non son sicuro che sia stato un bel vedere.
E’ una rassegnata angoscia senza speranza quella che accompagna tutti i miei risvegli. Più di tutte le vite spezzate che ho creduto di vivere mi costa non averne una tutta mia, da far crescere giorno dopo giorno, nell’ignorante illusione di essere eterno.
Non lo so se è un gioco, un esperimento o semplicemente un qualcosa che non riesco a concepire ed accettare. Come una farfalla che brucia la sua esistenza in un giorno, senza lasciare nulla dietro di me “vivo” nella speranza che esista un highlander che mi accolga e mi porti con se per sempre.
Sono stanco. Stanco marcio. Stanco da morire.
Vorrei tanto morire.
Una volta sola. Una volta per tutte.
Morire per sempre.
Com’era il titolo di quel libro di Capossela? “Non si muore mica tutte le mattine”, mi pare.
Vinicio… ma vaffanculo!
Gingerina
Alice era a letto e ci sarebbe rimasta a lungo.
Fingendo di dormire.
Più che altro, sperando di dormire.
Forse per potersi illudere di risvegliarsi e di potersi rincuorare del fatto che fosse solo stato un brutto, bruttissimo, orribile sogno.
Il silenzio di quella stanza.
Fortissimo, surreale.
Spezzato di continuo dal trillo di un telefono invadente.
Poi, silenzio di nuovo.
Alice abitava in un sottotetto appena fuori città, e spiava zitta il mondo dalle grate alle finestrelle quadrate e piccole, appoggiate a terra.
Filtravano spiragli di luce.
Lame scintillanti di granelli leggeri.
Un moto continuo di minuscoli diamanti danzanti.
Impalpabili.
Inafferrabili.
Inarrestabili.
Ne sceglieva uno, lo seguiva fino a che non lo confondeva in mezzo agli altri.
Poi, ne prendeva di mira un altro e continuava il gioco.
Ci passò delle ore.
Occhi a spasso e mente ferma.
Da sotto il piumino leggero, nel letto bianco laccato di terza mano.
L’urgenza di andare a pisciare, d’un tratto, la obbligò ad abbandonare il gioco e ad alzarsi.
Scoperchiò le lenzuola.
I diamanti imbizzarriti parvero accelerare la loro corsa.
Strascicando i calzettoni sulle tavole di legno vecchio, sfilò davanti alla porta a vetri del cucinino, dove qualcuno parlava piano.
Ripeteva la stessa cosa da ore.
All’attonito spettatore di turno.
Alice, a testa bassa, arrivò fino alla tavoletta e si sedette sul cerchio.
La sua immagine si gettava confusa sulle piastrelle di cappuccino lucido.
Immobile, con le braghe calate, pensava.
Sarebbero andati a casa sua, lo sapeva bene.
Ciò che non sapeva affatto era quello che si sarebbe dovuta aspettare.
Non sapeva che avrebbe visto il piatto ancora sul tavolo.
Rimasugli di un pranzo frettoloso.
Ragù ai bordi della ceramica, alcuni spaghetti incollati in posa, briciole.
La forchetta, di sbieco sul tovagliolo macchiato di labbra giovani.
Il bicchiere ancora mezzo pieno.
Non sapeva che avrebbe intuito la sua sagoma fra le coperte.
L’incavo della sua testa sul cuscino, le federe stropicciate, la trapunta aperta a ventaglio.
La sue pantofole, di panno grigio, ordinate sotto al termosifone del bagno.
Tracce bianche di dentifricio nel lavabo blu.
Capelli sulla spazzola.
L’accappatoio a righe azzurre, con la cintura più lunga da un lato.
Il cesto della roba da lavare, i panni fuori stesi al sole.
Non sapeva ancora che ci avrebbe sentito forte la sua presenza, la sua vita, il suo profumo.
Quell’odore di buono, di conforto, di amore.
Non sapeva che avrebbe dovuto respirare a fondo, di più, fino a riempirsene la testa completamente per non dimenticare mai.
A costo di sacrificare lo spazio per gli odori che avrebbe scoperto poi nella vita.
Perché non lo sapeva che presto, invece, sarebbe sbiadito.
Quel ricordo, quell’odore, quella voce.
Quegli occhi verdi così brillanti, che gli aveva sempre invidiato un poco.
Non sapeva ancora che si sarebbe sentita così confusa nel vedere il led lampeggiante della segreteria telefonica.
Non sapeva che avrebbe schiacciato play, che avrebbe sentito la sua stessa voce allegra e ancora ignara.
Non sapeva che sarebbe stato come perdere le forze del tutto, ad un tratto, e che sarebbe sprofondata sul divano di finta pelle nera.
Lo stesso che li aveva visti abbracciati di fronte alla tv, adesso spenta.
In un luogo sospeso a metà, quel mattino dopo, l’unica certezza che Alice avrebbe avuto era che tutto, da quel momento in poi, sarebbe parso spento.
Neve.
Fine delle trasmissioni.
(Gingerina si legge, soprattutto, qui)
Idea Femminile
Silvana rincasa dai festeggiamenti. Una meritata promozione.
E’ rientrata da poco, con la testa che le gira e il mondo che le balla sotto i piedi. Canticchia, con le scarpe in mano e il vestito che le fruscia sul corpo sinuoso.
Anche se un po’ brilla si sente bene.
In pace con sè e con una gran voglia di fare.
Poggia le scarpe sul comodino (“strano”, si sarebbe detta il giorno dopo) e comincia a far scendere la lampo del vestito, lentamente, come fosse un balletto provocatorio a beneficio della sua stanza vuota.
Oggi si sente anche sensuale e tanto calda. Le viene da ridere e si siede sul letto, nuda a ridacchiare.
Squilla il telefono, un istintivo sguardo all’orologio sul comodino che segna le 2.21.
Ancora uno squillo… lei osserva l’apparecchio e al quarto squillo, incespicando lo raggiunge.
“Pronto?”
“Luminosa Silvana, perché ridi?”
Di chi è quella voce?
Le sembra di non conoscerla, ma cosa avrebbe potuto giurare in quelle condizioni?
La persona all’altro capo del telefono, un uomo dalla voce calda, forse capisce i suoi pensieri e le dice “Sono qui Silvana, guarda fuori…”
Lei si volta, non troppo velocemente, la testa le gira ancora forte, e dalla sua finestra, quella che dà nel cortiletto interno del suo palazzo, vede affacciato alla finestra del muro dirimpetto un uomo, sulla sessantina, la cornetta del telefono al suo orecchio, che le fa un gesto con la mano.
Lo avrà già visto altre volte, la sua faccia non le era del tutto nuova, magari al giornalaio lì di fronte, ma non le sembrava di averci mai parlato.
Come faceva a sapere il suo nome?
“Silvana, lo sapevo che nuda eri ancora più bella…”
La sua voce è dolce, calda e stranamente le mette brividi che non sono di paura.
Sente uno strano calore pervaderla. La situazione è strana, forse pericolosa, ma ci sono grossi muri tra loro e questo la rassicura, per il momento.
“Silvana, è da tanto che ti osservo, è da tanto che vorrei parlarti. Vorrei dirti come immagino il profumo della tua pelle, il suo sapore, il tuo tepore… Avrei voluto descriverti come ti immaginavo, ma ora che ti vedo, così come sei, credo che niente avrebbe potuto descriverti meglio.”
Lei lo osserva, vede con gli occhi muoversi le sue labbra al di là della finestra chiusa e ascolta con le orecchie le sue parole nella cornetta del telefono.
Non parla, ma assapora con la mente la situazione.
“La faresti una cosa per me?” le chiede, e la sua è quasi una supplica…
“Sciogliti i capelli, cara, lascia che ricoprano le tue spalle…”
Lei rimane immobile, ancora incredula. Starà succedendo davvero?
Forse ha davvero bevuto troppo...
Però, la cosa la diverte.
Alza una mano e toglie lo spillone che le tiene raccolti i capelli i quali scendono, vaporosi e ricci, solleticandole il collo e le spalle.
“Brava, Silvana. Sai? Mi chiedo cosa ti passa per la testa ora… Ti senti affascinata, vero? Lo vedo dalla tua espressione. Stenditi sul tuo letto e toccati, piccola… Inserisci il vivavoce…”
Silvana, come se fosse pilotata in un sogno, si siede sul suo letto e preme il tasto del vivavoce, mentre appoggia la schiena alla spalliera del letto. Si sente eccitata e anche se razionalmente, domani si darà della pazza, stasera ha voglia di fare tutto ciò che lui le chiede.
Si toccherà pensando che a farlo sia lui, si accarezzerà i seni le cosce, si passerà dolcemente le mani sul collo, come se lo facesse lui…
Si morde le labbra col desiderio di un bacio e aspetta la sua voce…
“Mio Dio, Silvana. Tu sai come far impazzire di desiderio un uomo. Mi senti lì, vero? Ogni tua carezza è la mia, ogni brivido di piacere te lo sto trasmettendo io… Brava, piccola, continua a toccarti, strizzati le tette... gioca coi capezzoli... immagina la mia lingua calda passarci sopra… ne senti la scia?"
"Sì so che la senti…"
“Ti metterei il naso tra il collo e i capelli e lascerei che i nostri corpi si esplorassero, da soli, pelle con pelle, mio e tuo…"
“Oh, Silvana, si, scorri tra le cosce le tue mani… Vorresti che la mia lingua ti passasse ovunque assaporandoti e facendoti vibrare le corde più sensibili, vero?"
“Si, fallo… lascia scivolare le tue dita, come fossero le mie, mentre la tua lingua assapora le tue labbra, come fosse la mia…
“Silvana, io sono lì con te".
“Prendo del tutto come solo entrando in te, posso fare."
"Accogliente ed invitante; ogni tuo gemito fa aumentare la mia voglia di riempirti di me".
“Brava, Silvana, così… ancora… lo sento… sento il tuo desiderio bagnare questo telefono, sento la tua passione crescere… vieni, Silvana… con un’unica fusione, un unico attimo di immenso".
”Godi, piccola…"
“Silvana...! Si, piccola, così…"
“Luminosa”
Lei venne.
Con le dita umide tra le gambe, una specie di urlo trattenuto con un morso alle labbra, dura un attimo e poi, i suoi muscoli, contratti, si rilassano e può riprendere a respirare…
Solo alcuni secondi e poi, dall’apparecchio poggiato sul letto, un semplice “click” . La chiamata è terminata.
Assurdo. Non può averlo fatto davvero.
No, non può essere.
Forse il vino a cena, lo champagne…
Si alza, si avvicina alla finestra e vede che di fronte c’è si una finestra, ma ha le tende chiuse ed è al buio.
Ma lei l’ha fatto… le sembra, almeno.
Decide di fare una bella doccia e poi, si infila sotto le lenzuola.
La testa ora le gira meno, ma si sente comunque stordita.
La prossima volta, dovrà ricordare la marca del vino. Se quello è l’effetto… lo consiglierà a tutte le sue amiche…
Fa una risatina e si addormenta.
Intanto, nel palazzo dirimpetto, un uomo sulla sessantina si accinge a chiudere l’acqua della sua doccia…
Il mattino dopo
Silvana, uscendo di casa pensa al palazzo di fronte.
Perché ci stia pensando non lo sa.
Ha nella mente il viso sorridente di un uomo e lo associa a quel palazzo…
Pochi minuti, e la curiosità la porta sul pianerottolo dell’appartamento al secondo piano.
Una targhetta sulla porta:
“Prof. Luigi Sapienza – Psicologo -
Specializzato in Ipnosi
si riceve solo per appuntamento”
(Idea Femminile si legge soprattutto qui)
Inachis Io
Il mattino dopo c’era il sole. Di questo era sicura, perché glielo avevano ripetuto chissà quante volte.
Ma Anna non poteva ricordarlo. Non ricordava nulla di quel giorno; anzi, ci erano voluti forse sei anni prima che scoprisse qualche altro dettaglio.
Da allora, era diventata quasi un’ossessione per lei ricostruire cos’era successo quella notte.
Si era fatta attenta a captare ogni frase, a interpretare ogni silenzio. Ma nonostante le domande, a volte insistenti e a volte sottili, molti particolari di quella mattina le restavano ancora oscuri.
Sapeva - questo sì - di aver dormito fino a mezzogiorno. Di aver pianto. Di essere stata consolata, abbracciata, coccolata.
Di essere stata lavata, ripulita dal sangue, rivestita.
In seguito, con un lento, paziente lavoro di indagine, era riuscita a scoprire di essere rimasta tre giorni in ospedale. Di esserci arrivata di corsa, all’ultimo minuto, insieme alla mamma.
E che suo padre, lontano per lavoro, si era precipitato da lei. Aveva guidato tutta la notte sotto il temporale, da Berlino a Milano, con i camion che lo rallentavano e gli altri automobilisti che gli suonavano dietro.
Ma quando era arrivato c’era il sole. E si era commosso a vederla, così bella, così candida, in quel letto. Finalmente tranquilla.
Papà e mamma si erano abbracciati. Ed erano rimasti a guardarla finché non era arrivata un’infermiera per la medicazione e avevano dovuto uscire.
* * *
Anna allacciò le All Star e prese lo zainetto, accese l’ipod. Entrò in cucina.
«Vado da Luca. Non torno a cena». La voce era tesa, al limite del pianto.
«Anna, c’è qualcosa che non va?»
Intuitiva, la mamma.
“Certo che c’è qualcosa che non va, cazzo!” - pensò la ragazza, scuotendo invece la testa. Se avesse parlato, sarebbe scoppiata in singhiozzi. “C’è tutto che non va! Ma perché non te lo posso dire? Perché con te è così dannatamente difficile parlare di sesso?”.
«Se vuoi, con me ti puoi confidare, Anna. Lo sai».
“Ma chi glieli scrive i testi a questa? Come parla? E poi, confidare cosa? Proprio lei che non ha mai voluto raccontarmi di quella notte. Mi hanno parlato del mattino, del sole che splendeva, delle coccole… Mai una volta che qualcuno mi abbia risposto su quello che era successo prima, però!”.
Anna aprì il frigo, prese una lattina di Coca; pssssht, la stappò e ne bevve un sorso. Guardò la mamma, che le sembrò improvvisamente meno vecchia, meno ostile.
«E va bene, mamma. C’è una cosa. Ma è meglio se ti siedi».
Intorno al tavolo della cucina, sembravano quasi due amiche intente a prendere il tè. Se non fosse stato per il nervosismo che rendeva elettrica l’aria e rumoroso anche il silenzio.
«Mamma, devo chiederti una cosa…».
«…».
«Sai quella notte. La notte prima del mattino dopo, diciamo…».
«…».
«…è stata così terribile? Com’è andata esattamente?».
«Beh, Anna. Ora sei una donna, con te posso parlare apertamente. Vedi, papà era via per lavoro. Pioveva a dirotto. Verso le undici mi si sono rotte le acque. Il travaglio è stato rapido, molto doloroso. Sono andata in ospedale con un’ambulanza. Credevo di non farcela, da sola. Me poi, quando ti ho visto nascere, ho dimenticato la paura, il dolore… tutto. E splendeva il sole!».
«Questo lo so», sbuffò Anna. E si sciolse in un pianto dirotto, abbracciando la mamma.
«Ma perché me lo chiedi?».
Anna si asciugò il volto e scappò fuori dalla stanza.
«Credo che tra poco verrai comunque a saperlo…».
mercoledì 14 maggio 2008
BlueNeon
Hai il mal di testa tipico dei postumi di una pesante sbronza e questo è normale, c'era da festeggiare qualcosa ieri sera, un bicchiere di troppo o forse una o due bottiglie di troppo che tanto non c'è differenza, un mal di testa è un mal di testa, tanto vale che sia uno di quelli tosti, insomma, hai mal di testa, la bocca secca, gli occhi gonfi e sei triste e questo è meno normale, ieri sera come si è detto hai festeggiato, una festa rincorsa tutta una vita, il riscatto da un infanzia all'inferno ed un adolescenza percorsa sempre su strade sbagliate, tutto finito ora, tutto cancellato in una notte di gloria, una storia finalmente chiusa, eppure, di quella gioia tanto desiderata cosa ti resta? Questa malinconia assurda e melensa che ti si appiccica alla pelle come le lenzuola sudate su cui sei ancora disteso.
L'acqua tiepida della doccia non riesce a lavar via niente della testa, al massimo un po' di sudore e di stanchezza dalla pelle, ma per il resto, potresti rimanerci sotto fino ad affogare e non cambierebbe nulla, tutto quello che dovrebbe essere leggero è pesante e tutto quello che dovrebbe essere pesante è ancora pesante, non sei neanche nel mondo del contrario, sei dove sei sempre stato, quel posto schifoso che chiamano vita, la tua per la precisione, ne hai percorso un lungo tratto, sempre arrabbiato, sempre di corsa, sempre in lotta con te stesso e con il mondo, cercando la fine della tua strada, quell'obbiettivo, quell'immagine che avevi sempre davanti agli occhi ed adesso che ci sei non capisci, non hai gli strumenti per farlo, quello che hai perso in giro, da qualche parte è l'immaginazione, non tanto la speranza quanto l'immaginazione.
I vestiti li li prendi non stirati da una vecchia valigia aperta accanto al letto, li metti senza prenderti la briga di asciugarti, tanto tra dieci minuti chi la noterà la differenza, quella valigia è la tua casa è tutto quello che possiedi, due camice chiare ed una scura, due paia di jeans, una vecchia giacca sdrucita che un tempo forse somigliava ad un capo elegante, tre cravatte, una più assurda dell'altra, qualche ricambio per la biancheria intima e due mazzi di carte ancora sigillati.
Il confronto con lo specchio è impietoso, un vecchio amico che stenti a riconoscere, ecco chi ti si para davanti, non sei esattamente tu, non quello che eri fino a ieri sera, forse quello che sarai da domani o da oggi stesso, ti viene quasi voglia di chiederglielo, di intavolare un qualche discorso da sbronzi o magari una colta discussione filosofica con la tua figura riflessa sul vetro appannato, ma lasci perdere appena in tempo, non sei ancora pazze e per certe cose è meglio non accorciare i tempi.
Naturalmente di darti una sistemata, magari anche solo ai capelli, non ti è passato neanche lontanamente in testa, giusto un pensiero di sfuggita mentre ti avvicini alla sala per la colazione o per il pranzo, il dubbio è legittimo dato che non ti sei nemmeno preso il disturbo di controllare l'orologio ed in ogni caso la risposta ad entrambi i pensieri non potrebbe essere altra che un sonoro “chi se ne frega”.
Tanto hai la tua stanza privata per mangiare, appena adiacente a quella degli altri clienti, ti conoscono bene ormai qui, cliente abituale da qualche mese e non potrebbe essere altrimenti naturalmente, non è che te ne potevi andare prima di aver trovato i soldi per pagare il conto, burbero, scostante e maleducato lo sei, ma un ladro o un truffatore? Quello no di certo e per inciso, sei appena in tempo per la colazione, altri cinque minuti a letto ed avresti dovuto affrontare la strada per avere un caffè e qualcosa da mettere sotto i denti, è il momento per un sorriso ed un sospiro di sollievo.
Ti conoscono bene qui ormai, il cameriere che ti serve la colazione lo fa in silenzio, caffè nero, pane nero, burro e le uova, ti porta tutto in silenzio e tiene lo sguardo basso per non incrociare il tuo, nel complesso si vede che è teso, un lieve tremore della mano, un istante di incertezza prima di allontanarsi, una specie di tensione che lo spinge verso di te, vorrebbe alzare lo sguardo magari o addirittura azzardare qualche parola, forse solo un commento o una battuta sulla grande notte, su ieri notte, ma sta al suo ruolo, non ha con se neanche la penna ed il blocchetto delle ordinazioni, cosi, tanto per non cadere in tentazione, soffoca il suo piccolo momento di tensione e si allontana in silenzio come era venuto, lasciandoti sul tavolo il giornale della mattina.
Mangi svogliato, senza gusto ed ancora più svogliato leggi il giornale, fino alla notizia che ti fulmina, quella che ti inchioda alla tua storia, a tutto quello che hai rincorso ed allo strano vuoto che vedi avanti a te, quel senso di paura e paranoia che non riesci a spiegarti, è il tuo nome che ti saluta dalle pagine del giornale. “Alberto Rodriguez: il nuovo campione mondiale di Poker”.
Nero su bianco, c'è la cronaca, pomposa ed inutilmente gonfiata della partita ed anche il nome e l'indirizzo dell'albergo dove alloggi, storia finita, tra poco saranno tutti qui, finti amici, vecchi conoscenti, giornalisti e creditori, tanti avvoltoi in cerca di un pezzo di te, di un pezzo del campione e dell'assegno che ora ti pesa in tasca, storia finita, ora è il momento della fuga, testa bassa ed occhiali da sole, passi al bancone senza preoccuparti della valigia ancora in stanza, che la sbranino pure le iene tu non ne hai più bisogno, è il momento di una nuova vita, passi al bancone e chiudi il conto, non sorridi e non saluti, chiedi solo se hanno un uscita sul retro.
(BlueNeon si legge soprattutto qui)
Alzata con Pugno
Una cosa inspiegabile. Avevano detto che avrebbe cominciato ad ingrandire, ingrandire ingrandire fino a non fermarsi più, avrebbe fatto più caldo e l’aria sarebbe diventata irrespirabile, la gente, una volta tanto, era stata avvisata. Delle pilloline colorate erano state distribuite in tutte le farmacie, gratuite, una volta tanto, pilloline da dare ai bambini, da prendere chi non voleva sentire quel bruciore che sarebbe durato solo alcuni secondi, secondi lungissimi, sulla propria pelle, sulla propria carne, sulle proprie ossa prima di sapere se esiste o no un aldilà.
Tutti si erano preparati. Chi pregando, chi morendo prima (per colpa o per volontà), qualcuno aveva mangiato fino all’infarto, qualcuno fino all’infarto aveva fatto l’amore, qualcuno si era immerso in mare e aveva nuotato, nuotato, nuotato. Qualcuno aveva deciso di andare a dormire, qualcun altro di piangere ripiegandosi una buona volta su se stesso, qualcuno aveva finalmente fatto quella cosa che si era precluso per tutta la vita. E si era diffusa una strana gioia per le città, per i paesi. Una gioia insieme alla disperazione, perché tanto non c’era più niente da fare, finalmente si poteva essere tutti liberi dalla fame, dal dolore, dalla rabbia, dalle sofferenze di sempre, si poteva essere liberi dal futuro. E così quella cappa di futuro che aveva attanagliato tutti e tutto era sparita una volta per tutte. Adesso erano liberi dal futuro. Che leggerezza sapere di dover tutti morire, e non era colpa di nessuno.
E invece. Il sole si era arrestato. Che ironia, a saperlo gli uomini si sarebbero salvati, almeno qualcuno. E poi il sole si era rimpicciolito. Era tornato proprio delle dimensioni ideali. Nessuna radiazione stava più arrivando alla terra, nessun calore eccessivo, nessuna tempesta atomica. Quei pochi esseri viventi che erano sopravvissuti potevano ricominciare a vivere, ad accoppiarsi, a mutare, ad evolvere. Il mattino dopo era una nuova nascita, piccoli miei.
La Madre Terra con l’aiuto del Padre Sole si era liberata, non senza perdite, del virus uomo che stava uccidendola. E da allora è iniziata l’Era Buona.
(AlzataconPugno si legge soprattutto qui)
martedì 13 maggio 2008
J. J.
incandescentichenasconoedesplodonodentrolemiepalpebrechiuserimbombano
nellamiatestadeflagranodetonanoatomicheneuronaliscuotonoimieibulbipulsazioni
dallostomacoprofonditàchesisollevanoadinvadereeincalzareilmiorespiroaffanno
d’ansiaaffannod’angosciapolmonichedisperatamentehiedonociòchelamiagola
nonconcedechiusasbarrataarsacementataquestatempiastaperscoppiarepremi
premifortenoncederechedeveprestodevepassareprestopiùpotentedicosìnonpotrà
esserepremipiùfortecazzocazzoocchispalancatisbarratifissisuunbiancochepare
accecantebiancoecarnecarnediunbracciocarnediunpolsocarnediditaafferrate
aggrappatedisperatamenteancorateanondoverassolutamenteperderel’appiglio
sulbordodiceramicaguardatiabbicoraggiovigliaccotiratisuraddrizzaquellaschiena
dainvertebratoincontraituoiocchifallitopiantalosguardocontroquellospecchioinquella
facciadisfattadistruttadisgregatasegnatadopodopodopo…
ODDIO!!!Rumoredistradachissàcheautosembraunasportivaèqualcunocheva
allavoromaperchéègiàmattinaperchéperchémapoièmattinalostessoselanotte
l’haipassatasenzachiudereocchio?acontorcertisonnochevorresticomeobliosonno
chenonvieneperchéquestanottenonèdurataineternoinquellettotroppogrande
quantospazioc’eratroppospaziolenzuolasudateaggrovigliatestracciateinmezzo
alpiantoall’angosciadisperazionepensierichemiinvadonomiinondanononhodifese
guardacomeseiconciatoanchelospecchiononselapassabenelodevicambiarecon
‘stacornicetuttasmangiatacheoraèprestoprestissimounosciacquonequalcunolassù
ègiàsvegliooforseèsoloandatoinbagnoepoièritornaalettochissàseancheluiècome
mechissàseanchealuigliel’hannoficcatointestanelcuoreneldnachissàseèstato
cresciutoperessereungiustounosprezzanteunsuperioreungiudicanteunrettoonesto
pezzodimerdacomemechesiergesullafecciadell’umanitàpuntandoilditocontrolacolpa
unditocaricodisuperbiaepresunzioneun’armaletalechenonammettereplicaundito
cheèancheunabacchettamagicaperriordinaretuttelepolveroseesempredisordinate
cianfrusagliepsicologichecheglihannoinfilatonellamentelentamentelentamente
giornodopogiornodalleorecchiedallaboccadalnasodalbucodelculocheiddiol’abbia
ingloriadevolavarmipuzzoinmanieraindecenteunditoarmadarivolgerecontrosestessi
allapropriatempiaalpropriocuoreprimaopoisuccedetoccaancheatelavitatiaspetta
hapazienzamoltapazienzasbaglieràancheluicazzodevesuccederenonesistenessuno
perfettoaquestomondoimpegnatidipiùtesorocercadifaremegliopuntaadessere
ilmiglioretiameremotantissimosesaraiperfettotuttisbaglianoseunavoltasbaglio
anch’iochemalecisaràbruttoipocritaticompianginellatuamelmael’haigiàdimenticata
chissàcomestachissàsel’hannotrovataquantoseicolpevole?nonècolpamiacredetemi
iononvolevoesserecosì!chissàchealibisicrealuilassùcosasiraccontacosasiinventa
pernonmoriremoriredentromorirepermanoproprianelprofondodelleproprie
convinzioninonlosentosinghiozzarelanottequalcosadevepureriuscireainventarsi
qualcosadiefficacedevotrovarloanch’iomaforsel’hanformatoperessereunfiglio
diputtanaefregarsenenessunlimitenessunacolpapoiforseharagioneluiècomeilmatto
perstradatuttilocompatisconoeforseluièl’unicochehacapitotuttofreddoquesto
pavimentononbisognagirarescalzipercasausaleciabattinedabravoadessomiscappa
anchedapisciaredevoriuscircidevometterefineatuttoquestorielaborarmiriplasmarmi
riforgiarmisviscerareperrimodellarmidevosopravviveredevodevodevo...
ChemicalVelvet #1
La testa.
Non ricordo quasi niente... sì, un attimo.
Un cuoricino rosa. Uno scorpione. Asso, scala, Jack, colore.
«Ma cosa... Spegnete la luce cazzo!!!»
Dio esiste, e spegne la luce.
Chissà che ore sono. E che fine ha fatto il mio Jaeger LeCoultre.
E la mia camicia. Non ho niente addosso. La cravatta è qui tra le lenzuola, macchiata di non so cosa.
Concentrati.
Ieri eri un brav'uomo, lavoro famiglia figlio in arrivo... e adesso...
Dev'essere stato verso Lugano... o prima...
La testa mi scoppia.
Cazzo. Lei.
Bionda, due metri di stanga appena prima del casello, un paio di shorts di jeans da fare invidia alla cugina Daisy. Le tette di Pamela e un tatuaggio a forma di scorpione sulla spalla.
Non so perché l'ho fatta salire. Non so perché ho preso quella caramella con il cuoricino.
O sì? Sì, lo so eccome.
Mi sono rotto di fare il bravo ragazzo-marito-futuro padre modello.
Una botta di vita, una notte, cosa può essere?
Respirare fa male, devo aver fumato.
Qualcosa dev'essere andato storto.
Acqua che scorre.
«Ehi! C'è qualcuno?»
Nessuna risposta.
E adesso?
Giovanna mi ucciderà. Peggio. Mi mollerà seduta stante. In albergo con una troia dopo aver fatto nonsochecosa in una bettola di Inculoalmondo city.
E Luigi... il cliente è andato di sicuro, dopo un bidone così, non mi perdonerà. Fottuto.
L'ansia mi chiude la gola. Cerco di parlare ma la voce non esce.
Sono un brav'uomo, non volevo finire così sono un brav'uomo...
«Tesoro, smettila di ripeterlo, ho capito, è tutta notte che lo dici! Dovevi dirlo anche a quelle brave persone... Ma avevi un full, non potevi fare altrimenti...»
Dal bagno esce lei, insieme a una nuvola di vapore.
Splendida. Perfetta. Impossibile.
La guardo, e lo sento duro da far male.
E come alghe affiorano ricordi di ricordi, sensazioni, labbra corpi odori sapori mischiati, mani... quante mani? Addosso, dappertutto.
E carte, fiches, e birre, caffè, cuba libre...
«Ma...»
Monta a cavalcioni su di me.
«Non preoccuparti».
Si bacia il pugno chiuso, con il gesto dei giocatori di dadi.
Apre la mano, e fa cadere un piccolo cerchio argentato. € 500,00.
venerdì 9 maggio 2008
SerialLicker #2
“Dick...”
“Hai dormito?”
“Un po'”
“Dovresti”
“Che ore sono?”
“Non ce l'hai un orologio? Ahahah... Questa la racconto nella mia autobiografia. Il presidente degli Stati Uniti che, nel momento più drammatico dei suoi otto anni alla Casa Bianca, si dimentica l'orologio sul comodino. Ahahah...”
Una risata fragorosa, sguaiata, inadeguata, riempie l'orecchio destro del presidente. L'uomo più potente del mondo sbuffa. Come si fa a ridere? Non in un bunker di massima sicurezza, in un sotterraneo segreto tra la Casa Bianca e il Pentagono. Mentre lì fuori... Il vicepresidente lo capisce. E smette.
“Ok, scusa George... dev'essere la tensione”.
“Dick, cazzo. Aggiornami”.
“Ok George. Da dove comincio?”
“Lascia perdere i bilanci dell'attacco. Ho le carte sul comodino”.
George sbircia i numeri in neretto scritti sul foglio più in vista. Teheran, stima di 200mila morti, per difetto. Damasco, 80mila morti, da fonti siriane. Gaza e dintorni, 10mila vittime. Ospedali non attrezzati e comunque danneggiati ovunque. Non si hanno notizie più precise per il totale black out delle comunicazioni. Immagini dal satellite non chiare, per via del fumo e della polvere al suolo, effetto del fall out atomico. Stime per i prossimi giorni... George si ferma. Dick stava parlando e lui non lo ascoltava.
“...l'Onu si riunirà presto, credo con intenzioni poco buone verso di noi. Ma a te non è mai importato nulla dell'Onu, vero? L'opinione pubblica mondiale, invece... In Europa ci sono i picchetti dei pacifisti arrabbiati sotto le nostre ambasciate. A Londra il primo ministro ha parlato di “giusta rappresaglia prima che ci fosse una strage” e ci appoggia. Ma ha una folla sotto Downing Street che lo chiama assassino...”
“Dick...”
“George?”
“Abbiamo fatto bene?”
“Hai fatto quello che dovevi”.
“Dick... devo riposare ancora un po'”.
“Ne hai bisogno. Qui ci penso io”.
“Chiamami, per qualsiasi emergenza”.
“Lo farò”.
“Dick...”
“Sì, George”.
“Lo sai che ieri sera, per la prima volta dopo anni...”
“Hai avuto paura?”
“No. Ho bevuto un goccetto”.
“Non lo dirò a nessuno, George”.
“A dopo”.
“A dopo”.
Clic. La comunicazione sulla linea satellitare criptata s'interrompe all'improvviso. Il vicepresidente è nel centro di comando alternativo, in una località supersegreta, come vuole la legge americana nei casi di estrema emergenza. E il presidente è da solo. Pensa alla moglie Barbara e alle figlie, sotto scorta in un altro bunker. Al sicuro. Anche lui è al sicuro.
E il mondo? “Renderemo il mondo un luogo più sicuro”. Pensa a quante volte lo ha ripetuto negli ultimi otto anni, sguardo fisso e determinato dentro la telecamera, guardando quel mondo negli occhi attraverso la tivù via satellite.
Si specchia, nello spicchio di comodino di metallo che i bollettini hanno lasciato libero. Vede le sue occhiaie, la smorfia delusa. La barba da rasare. Sembra invecchiato. O ringiovanito. Come nei giorni in cui beveva. Beveva troppo. E non riusciva a smettere.
George prende la cravatta rossa e bianca, che aveva appoggiato ai piedi del letto poche ore prima, quando i generali a fatica lo avevano convinto a riposarsi un poco. “Non può fare più niente, presidente. Tutto è compiuto. Si riposi un poco. Domani avremo bisogno di lei”.
Di lui. O della sua faccia. Da sventolare davanti al mondo. “Dalle informazioni in nostro possesso, sapevamo che l'Iran stava per sferrare un attacco nucleare a Israele”. Ripensa alle parole della sera prima. Imparate a memoria come una lezione. Si rivede, mentre solleva l'indice con fare solenne e imperioso. “Non potevamo permettere una simile aggressione”. Con quello stesso dito, poco prima, aveva schiacciato il pulsante rosso. Nemmeno lui pensava che esistesse, prima di diventare presidente. Ricorda che ne aveva parlato al padre.
“Pa', ma com'è la faccenda della valigetta atomica?”
“Che cosa vuoi dire?”
“Davvero devo avere una ventiquattr'ore con un comando elettronico dovunque io sia?”
“Certo. E solo tu puoi attivare l'interruttore”.
“Non scherzare, papà...”
“Non scherzo. Vedrai dopo il giuramento...”
La vide presto, la valigetta. Se la ricorda al suo fianco, nella sala operativa dell'Air Force One, il pomeriggio dell'11 settembre. E poi ieri. Aperta. Per la prima volta. Gli ufficiali che lo circondano. Il dispaccio della Cia sull'atomica iraniana pronta a essere lanciata. “Dalle informazioni in nostro possesso...”.
Il display del sensore dentro la valigetta: “Impronta digitale riconosciuta. Autorizzare l'operazione?”.
L'indice che preme il tasto.
Rosso.
George gioca con quell'indice ficcandolo nel nodo della cravatta. Poi la infila al collo. E' seduto sul letto. Oltre la porta socchiusa, due guardie del corpo. Fedelissime. Silenziosissime. Pensa ai libri di storia. Pensa a quello che diranno di lui. Il secondo presidente degli Stati Uniti ad autorizzare un attacco nucleare. Un massacro in larga scala. Una carneficina. Un olocausto. Ma stavolta scatenando una terribile, incontrollata reazione a catena. Se mai ci sarà un altro libro di storia...
George stringe forte il nodo della cravatta, attorno al suo collo. Un altro nodo, nel fondo della gola, gli mozza il respiro in una specie di singhiozzo. Guarda in su, dove è appeso un piccolo crocifisso. Che ora gli sembra lontano. Con lo sguardo altrove. Come se lo avesse abbandonato. Come l'ossigeno, che non arriva più ai polmoni. Come il sangue, che ha trovato la strada sbarrata verso il cervello...
Il telefono. Di nuovo. George allenta il nodo. Respira due, tre volte, profondamente. Riempiendosi di aria. Di vita. Finchè c'è vita. Poi solleva il ricevitore: “Sì?”
“Signor presidente. La attendiamo in sala operativa. Un'emergenza”.
“Joe, non c'è bisogno di specificarlo. Siamo in emergenza da ieri”.
“E chissà fino a quando, signor presidente...”
(SerialLicker si legge soprattutto qui)
SerialLicker #1
Che fastidio la luce.
Ma che ore sono?
L'orologio... l'orologio... ah sì, al braccio... 11 e 52.
Mezzogiorno.
Non ho dormito così tanto.
Colpa del mal di testa.
E della bocca impastata.
Minchia che schifo la bocca impastata.
Devono essere stati i cuba.
Ma quanti cuba ho bevuto?
E quanto minchia costano i cuba in disco?
Ladri. Bastardi.
Minchia il cuscino, che duro.
Albergo di merda.
Però costa poco.
Sarà che risparmiano sulla colazione, tanto la mattina non scende nessuno.
E non rompono i coglioni se torniamo tardi.
E se facciamo rumore.
Tanto qui siamo tutti ragazzi.
La notte svegli, di giorno dormiamo.
Alle quattro in spiaggia, a guardare le tipe.
E poi di nuovo fuori, a cercare di portarsene una in stanza.
Ma io? Ieri? Ce l'ho fatta?
Chi è che dorme con me, alle mie spalle?
Sento un respiro pesante. Addormentato. E non è il mio.
Respiro allo stesso ritmo. Lento. Profondo. Cose inconscie. Mica lo faccio apposta.
Chissà se fa parte dell'amore.
Regolarsi sulle stesse frequenze.
Sintonizzarsi sulle stesse tonalità.
Come il bassista e il batterista.
Che danno il ritmo.
E poi esce la melodia.
Me la sono sempre immaginata così, la faccenda.
Anche il sesso. Il puro sesso.
Onde sinuose. Ritmo avvolgente. Regolare. Intenso. Che ti comanda i muscoli e ti prende il cervello.
Tunz. Tunz. Tunz.
Come la techno.
Come la house.
Non ne so un cazzo, è ovvio.
Sedici anni, vergine.
Prima vacanza da solo.
Cioè, con gli amici.
Quelli della band.
Quelli della scuola.
Quelli di mille serate fuori.
E pomeriggi in sala prove.
Che poi sarebbe un garage seminterrato.
Due stanze.
Io e il batterista qui.
Il chitarrista e il cantante nella stanza di fronte.
E una promessa.
Chi becca, e becca da solo, ha la stanza per sé.
E il socio va a dormire dagli altri.
A meno che alla tipa non vadano a genio gli esperimenti a tre...
Riascolto il respiro pesante.
Il mio letto non è solo per me.
Apro bene gli occhi.
Un cartoccio di stagnola sul comodino.
Metto a fuoco.
Du... rex.
Minchia, vuoi dire che...
E allora chi è lei?
Di chi è il respiro?
Richiudo gli occhi.
Sento umido laggiù.
Allungo una mano.
Boxer bagnati. Appiccicosi.
Ho fatto un casino.
Mentre dormivo.
Non mi è bastato farlo davvero?
Ma perchè non mi ricordo un cazzo?
Vuoi dire che non è stato granchè?
Oppure sono i cuba.
Sì, i cuba.
E la canna prima dei cuba.
Stringo le palpebre. Cerco immagini nella mente anchilosata e dolorante.
Le luci.
La techno.
Roba buona. Come la canna.
C'era claudiococcoluto direttamente da Ibiza.
Trentotto euro con due consumazioni, grazie al buono sconto di quelle tipe di Napoli, pierre per un'estate.
Ma le pierre non te la danno.
Fanno solo le splendide perchè le pagano per ogni persona che buttano dentro.
Le luci.
La pista.
I corpi.
Il fumo profumato e l'aria condizionata che non basta mai.
Il sudore.
La pelle.
Le linee dell'abbronzatura lungo le schiene nude.
Le tette piccole.
Le tette grandi.
“Ciao, come ti chiami?”
“Ciao, di dove sei?”
“Ciao, qual è il tuo albergo?”
“Ciao, hai una siga?”
Volti. Corpi. Sogni. Gomitate agli amici: “Guarda quella... pantaloni bianchi e perizoma... miiiiinchia...”
Chissà qual è. Chissà chi è. E come si chiama. E se è italiana.
Forse dovrei girarmi. O solo allungare una mano. Svegliarla dolcemente. Sorriderle. Farle capire che non è stata una scopata e basta. Che io sono diverso. Forse dovrei ringraziarla.
Le lenzuola frusciano. Il materasso si agita. Si sta girando lei.
Mi giro anche io. Piano. Chissà se è nuda. Chissà se è figa. E se fosse un cesso? Tanto non mi ricordo un cazzo... Chissà...
“MARCO?”
“Eh? 'azzo c'è?”
“MA... MARCO?”
“Eh sì. Chi pensavi che fossi? Dormo con te da una settimana. Ti ricordi?”
“Marco... che cazzo è successo”.
“Chiedilo ai tuoi cuba. E lasciami dormire. Che abbiamo fatto l'alba”.
Mi siedo sul letto. Sollevo le lenzuola. E' nudo.
“Dove cazzo hai lasciato le mutande?”
“Dai... fammi dormire”.
Sorride. Cazzo ride? E si gira di là. Dal culo gli esce una scoreggia soffocata.
“Fai schifo...”
“Mmmm...”
“Oh Marco... ma ieri sera...”
“Ieri sera cosa? Quanto hai bevuto? Una damigiana di cuba, fratello”.
“No... ieri sera... ho portato su qualche tipa?”
“Dormi adesso... poi ti spiego”.
“L'ho fatto? C'eri anche tu? Se n'è già andata?”
“Dormi, dai... che c'ho sonnoooooo...”
Penso alla scommessa. Ogni scopata, una ripresa col cellulare, anche breve. E poi metterla su pornotube.
“Marco, non mi ricordo un cazzo... Il video. Ce l'ho il video? O ce l'hai tu?”
Marco apre gli occhi. Solleva la testa. Guarda il cellulare sul suo comodino. Lo afferra. Lo ficca sotto il cuscino. Poi chiude gli occhi di nuovo.
“Dammi retta... dormi”.
Spalanco gli occhi. La luce raddoppia il mal di testa. Stiro i muscoli. Ho male agli addominali. E anche dietro. Un fastidio assurdo. Strano. Allungo una mano. Cos'è 'sta roba scivolosa... Sembra crema solare. Ma che ci fa lì?
E il gusto in bocca...
Davvero è solo il cuba?
(SerialLicker si legge soprattutto qui)