Tatiana piange.
La mano sul viso, piegata in avanti sulla sua solita seggiolina, quella accanto al lettone. Singhiozza. E ad ogni singhiozzo il suo busto sobbalza.
La guardo. Io dovrei piangere. Non lei. Io. E' mia madre quella sul lettone. Quella che non respira più, che ha la bocca aperta in una smorfia tranquilla. Finalmente tranquilla. Dopo mesi, anzi anni di mente annebbiata, confusa, di memoria cancellata e di neuroni disattivati. Di malattia. Una di quelle che non esistevano, una volta. Quando non si diventava vecchi. E adesso, che c'è la salute, la ricchezza, le medicine giuste, e che l'aspettativa di vita è da cyborg costruiti in laboratorio, ci pensano nuove malattie a trasformare in un inferno in terra la vita che abbiamo guadagnato.
Quella è mia madre. E io non ho nemmeno una lacrima. Gli occhi secchi, sterili. Il cuore vuoto. La testa leggera.
La guardo. Adesso è mia madre. Da quanto tempo non lo era più? Quante volte non mi ha riconosciuto? O chiamava con il mio nome la mia bimba, come se fosse regredita a trent'anni fa, i ricordi che si mescolavano assieme? Quante volte mi ha solo insultata? Ha rispolverato rancori che nemmeno io credevo esistessero? Ho scoperto grazie alla malattia, ai neuroni in corto circuito, alle inibizioni figlie della tolleranza che sparivano, le cose di me che odiava. E che mi rinfacciava. Le stupidaggini, come la pettinatura. O le cose serie. Come mio marito, “che per sposare lui non hai più fatto nulla”.
Ecco, quello mi faceva piangere. Specie quando tornavo a casa. E mio marito, sapendo che per un'altra domenica sarei stata impegnata dietro a quel che restava di colei che mi ha messo al mondo, usava le stesse parole. Ironia della malasorte. Per curare lei, non ho più fatto nulla, diceva.
Invece, adesso, sospiro appena. Ma piano. Che non sembri un sospiro di sollievo. Anche se forse lo è. Penso a quante volte l'ho detto, pensando alle madri delle amiche: “Guarda, è meglio così. Avete finito di soffrire”. E loro ad annuire poco convinte, con il viso stravolto dal dolore.
E io? Se mi guardassero, se mi guardassi allo specchio, chi vedrebbe un barlume di dolore? Invece Tatiana sta piangendo. Anche questo sta facendo al posto mio. Per tre anni, tre lunghi anni, ha fatto quello che dovrebbe fare una figlia. Per cinque giorni e mezzo la settimana. In cambio di ottocento euro al mese, in nero. E di cibo, di una stanza con un letto accanto a quella dell'inferno che mia madre sapeva creare, un armadio per quattro vestiti e un comodino per le foto di Nadia, la sua bambina.
Niente foto del marito. Tatiana non ne ha mai parlato volentieri. So che è senza lavoro. L'ho sempre immaginato assente. Donnaiolo. Pronto a spendere in vodka un po' degli euro che mandava lei e tutto il sussidio di disoccupazione, misero obolo del governo ucraino.
Tatiana, che tiene il cellulare nel cassetto, sempre acceso. A illudersi che qualcuno abbia voglia di parlare con lei. E invece, quando il telefono squillava, era solo e sempre qualcuno che aveva bisogno di qualcosa. Un regalo dalla bella Italia. Una foto di un posto famoso. Un dvd. L'iPod per la figlia, da sfoggiare con le amiche a scuola. Un borsone di vestiti alla moda per l'estate che arriva. Tre anni di assenza l'avevano trasformata in un bancomat. Non era più una madre. Né una figlia. Quando era sua madre, a chiamare, erano lamentele gridate in russo: non mi bastano i soldi, tuo marito è un buono a nulla, tu sei lì a divertirti mentre noi...
Chissà che idea avevano dell'Italia, lassù. Firenze, Milano, le sfilate delle modelle, la Ferrari, Venezia, il mare, il buon vino e le cose buone da mangiare. Tatiana me lo raccontava, qualche volta, la domenica mattina davanti alla moka sul fornello. “Caffè buono se lo fa lei, signora” mi diceva. Era il nostro piccolo rito. Lei iniziava la sua giornata di libertà dopo sei notti insonni. Io quella in cui tornavo ad essere una figlia. Più o meno.
“Italia bella. Ma diversa”, diceva. Ottocento euro, per fare la badante clandestina, erano una bella cosa, per chi a casa sua dovrebbe lavorare un anno per guadagnare così tanto. Ma lei pensava spesso a quelle diciottenni, sue compagne di viaggio nel furgone senza finestrini con la targa tedesca, con cui aveva attraversato il confine la prima volta. Tutte eccitate, sventolando il bigliettino con il numero di telefono da chiamare appena arrivate. Il loro passaporto per entrare nel mondo della moda.
Ricordo quando sul giornale locale si narrava di una sconosciuta trovata morta sul ciglio della statale. “Non ha un nome la prostituta uccisa”, strillava il titolo. E Tatiana, guardando la pagina, indicò la foto: “Anja”. “La conosci?”. Annuì, in silenzio. Una delle sue compagne di viaggio, modelle mancate.
Non si lamentava mai, Tatiana. “Vado a far la spesa” le dicevo, “vuoi qualcosa di particolare?”. E lei faceva di no con la testa, sorridendo appena, il viso stanco, invecchiato troppo presto. Poi le portavo il cioccolato, il profumo, le creme per la pelle. Lei ringraziava, cento, mille volte. E quando non guardavo, infilava quasi tutto nel borsone che, una volta la settimana, partiva in furgone verso Est. La domenica, lei e le altre si trovavano ai giardini pubblici, in un angolo un po' nascosto. Anche se le pattuglie della polizia chiudevano un occhio. Uscire, per una clandestina. È sempre una scommessa con il destino. Un poliziotto troppo zelante e si sarebbe ritrovata in questura, e poi in un centro di permanenza temporanea. E infine in un aereo per Kiev, condannando la sua intera famiglia alla povertà. Ma due chiacchiere in russo, due pettegolezzi su noi padrone di casa e una risata facevano bene. E poi c'era il borsone da consegnare, al tizio che in cambio di qualche euro prendeva su i bagagli di tutte, li caricava sul camioncino e li recapitava alle famiglie. Borse di plastica dei supermarket, sacche sportive, valigie. Dentro, cibo e vestiti, regali e lettere. E, più nascosti, i soldi.
Adesso Tatiana piange. Piangeva ieri notte, quando mi ha telefonato. “Signora... sua madre” e poi singhiozzi. Capii subito. Dissi “è morta” a mio marito che sbuffava. Mi vestii. E andai. Il vuoto nel cuore.
Guardo l'ora. Le sei. Mattina. Fra poco arriveranno mio marito e mia figlia. Inizierà il tran tran. Avvisare i parenti, cercare l'impresa funebre, chiamare il prete, elaborare qualche parola meno fredda per chi parteciperà al mio lutto... Mi alzo dalla seggiola. Tatiana mi guarda. Provo a sorriderle. “Caffè?”. Annuisce. E mi segue in cucina.
“Signora...”
“Sì”
“Quando devo andare?”
Guardo sul tavolo. C'è un giornale di qualche giorno fa, aperto. La faccia sorridente di Roberto Maroni. Il titolo duro. Le parole in grassetto. Clandestini. E carcere.
Capisco. Mia madre, come una madre, la nutriva e la proteggeva. Le forniva un senso alla giornata, alla vita. Ora è sola al mondo. Un mondo che sembra odiarla, solo perchè esiste. Ha mille ragioni per piangere, Tatiana.
La guardo. E dico quello che mi sembra ovvio, naturale. “Puoi restare tutto il tempo che ti serve. E nel frattempo cercare un altro lavoro. Penserò io a dire che sei la migliore”.
Ricambia lo sguardo e ricomincia a piangere. Con una smorfia che sembra un sorriso. Ma in quel volto scavato dalle rughe e dai dolori e dalle notti insonni, chissà che cos'è. La guardo. Penso alla sua vita a tremila chilometri da casa. Alla sua casa che somiglia a un cumulo di macerie invece che al nido dei suoi affetti. Penso che, se è stata la figlia di mia madre al posto mio, adesso dev'essere mia sorella. Per forza. E la abbraccio forte. Piangendo anche io. Finalmente piangendo.
Poi, dopo un secolo, mentre la prima luce del giorno filtra dalla finestra, sospiro.
“E adesso caffè?”
(SerialLicker si legge soprattutto qui)
giovedì 29 maggio 2008
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