“George...”
“Dick...”
“Hai dormito?”
“Un po'”
“Dovresti”
“Che ore sono?”
“Non ce l'hai un orologio? Ahahah... Questa la racconto nella mia autobiografia. Il presidente degli Stati Uniti che, nel momento più drammatico dei suoi otto anni alla Casa Bianca, si dimentica l'orologio sul comodino. Ahahah...”
Una risata fragorosa, sguaiata, inadeguata, riempie l'orecchio destro del presidente. L'uomo più potente del mondo sbuffa. Come si fa a ridere? Non in un bunker di massima sicurezza, in un sotterraneo segreto tra la Casa Bianca e il Pentagono. Mentre lì fuori... Il vicepresidente lo capisce. E smette.
“Ok, scusa George... dev'essere la tensione”.
“Dick, cazzo. Aggiornami”.
“Ok George. Da dove comincio?”
“Lascia perdere i bilanci dell'attacco. Ho le carte sul comodino”.
George sbircia i numeri in neretto scritti sul foglio più in vista. Teheran, stima di 200mila morti, per difetto. Damasco, 80mila morti, da fonti siriane. Gaza e dintorni, 10mila vittime. Ospedali non attrezzati e comunque danneggiati ovunque. Non si hanno notizie più precise per il totale black out delle comunicazioni. Immagini dal satellite non chiare, per via del fumo e della polvere al suolo, effetto del fall out atomico. Stime per i prossimi giorni... George si ferma. Dick stava parlando e lui non lo ascoltava.
“...l'Onu si riunirà presto, credo con intenzioni poco buone verso di noi. Ma a te non è mai importato nulla dell'Onu, vero? L'opinione pubblica mondiale, invece... In Europa ci sono i picchetti dei pacifisti arrabbiati sotto le nostre ambasciate. A Londra il primo ministro ha parlato di “giusta rappresaglia prima che ci fosse una strage” e ci appoggia. Ma ha una folla sotto Downing Street che lo chiama assassino...”
“Dick...”
“George?”
“Abbiamo fatto bene?”
“Hai fatto quello che dovevi”.
“Dick... devo riposare ancora un po'”.
“Ne hai bisogno. Qui ci penso io”.
“Chiamami, per qualsiasi emergenza”.
“Lo farò”.
“Dick...”
“Sì, George”.
“Lo sai che ieri sera, per la prima volta dopo anni...”
“Hai avuto paura?”
“No. Ho bevuto un goccetto”.
“Non lo dirò a nessuno, George”.
“A dopo”.
“A dopo”.
Clic. La comunicazione sulla linea satellitare criptata s'interrompe all'improvviso. Il vicepresidente è nel centro di comando alternativo, in una località supersegreta, come vuole la legge americana nei casi di estrema emergenza. E il presidente è da solo. Pensa alla moglie Barbara e alle figlie, sotto scorta in un altro bunker. Al sicuro. Anche lui è al sicuro.
E il mondo? “Renderemo il mondo un luogo più sicuro”. Pensa a quante volte lo ha ripetuto negli ultimi otto anni, sguardo fisso e determinato dentro la telecamera, guardando quel mondo negli occhi attraverso la tivù via satellite.
Si specchia, nello spicchio di comodino di metallo che i bollettini hanno lasciato libero. Vede le sue occhiaie, la smorfia delusa. La barba da rasare. Sembra invecchiato. O ringiovanito. Come nei giorni in cui beveva. Beveva troppo. E non riusciva a smettere.
George prende la cravatta rossa e bianca, che aveva appoggiato ai piedi del letto poche ore prima, quando i generali a fatica lo avevano convinto a riposarsi un poco. “Non può fare più niente, presidente. Tutto è compiuto. Si riposi un poco. Domani avremo bisogno di lei”.
Di lui. O della sua faccia. Da sventolare davanti al mondo. “Dalle informazioni in nostro possesso, sapevamo che l'Iran stava per sferrare un attacco nucleare a Israele”. Ripensa alle parole della sera prima. Imparate a memoria come una lezione. Si rivede, mentre solleva l'indice con fare solenne e imperioso. “Non potevamo permettere una simile aggressione”. Con quello stesso dito, poco prima, aveva schiacciato il pulsante rosso. Nemmeno lui pensava che esistesse, prima di diventare presidente. Ricorda che ne aveva parlato al padre.
“Pa', ma com'è la faccenda della valigetta atomica?”
“Che cosa vuoi dire?”
“Davvero devo avere una ventiquattr'ore con un comando elettronico dovunque io sia?”
“Certo. E solo tu puoi attivare l'interruttore”.
“Non scherzare, papà...”
“Non scherzo. Vedrai dopo il giuramento...”
La vide presto, la valigetta. Se la ricorda al suo fianco, nella sala operativa dell'Air Force One, il pomeriggio dell'11 settembre. E poi ieri. Aperta. Per la prima volta. Gli ufficiali che lo circondano. Il dispaccio della Cia sull'atomica iraniana pronta a essere lanciata. “Dalle informazioni in nostro possesso...”.
Il display del sensore dentro la valigetta: “Impronta digitale riconosciuta. Autorizzare l'operazione?”.
L'indice che preme il tasto.
Rosso.
George gioca con quell'indice ficcandolo nel nodo della cravatta. Poi la infila al collo. E' seduto sul letto. Oltre la porta socchiusa, due guardie del corpo. Fedelissime. Silenziosissime. Pensa ai libri di storia. Pensa a quello che diranno di lui. Il secondo presidente degli Stati Uniti ad autorizzare un attacco nucleare. Un massacro in larga scala. Una carneficina. Un olocausto. Ma stavolta scatenando una terribile, incontrollata reazione a catena. Se mai ci sarà un altro libro di storia...
George stringe forte il nodo della cravatta, attorno al suo collo. Un altro nodo, nel fondo della gola, gli mozza il respiro in una specie di singhiozzo. Guarda in su, dove è appeso un piccolo crocifisso. Che ora gli sembra lontano. Con lo sguardo altrove. Come se lo avesse abbandonato. Come l'ossigeno, che non arriva più ai polmoni. Come il sangue, che ha trovato la strada sbarrata verso il cervello...
Il telefono. Di nuovo. George allenta il nodo. Respira due, tre volte, profondamente. Riempiendosi di aria. Di vita. Finchè c'è vita. Poi solleva il ricevitore: “Sì?”
“Signor presidente. La attendiamo in sala operativa. Un'emergenza”.
“Joe, non c'è bisogno di specificarlo. Siamo in emergenza da ieri”.
“E chissà fino a quando, signor presidente...”
(SerialLicker si legge soprattutto qui)
venerdì 9 maggio 2008
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3 commenti:
ma giorg chi?
giorg clunii??
hehehehehe.
au.
Terrificante... Per fortuna è solo fantasia... (?)
già...
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