AAAAWWWWWNNNN…
…
Ecco, andati.
Anche quei due secondi, quei due rapidissimi quanto meravigliosi secondi se ne sono andati. Quegli attimi sfuggenti in cui sei nel mondo senza che il mondo sia ancora dentro di te, in cui appena aperti gli occhi puoi non pensare a nulla, essere nulla, preoccuparti di nulla prima che la realtà ti inondi e ti violenti strappandoti dal tuo confortante letargo mentale per proiettarti nella solita quotidianità fatta di impegni, problemi, preoccupazioni.
La solita quotidianità…magari!
…
Fammi dare un’occhiata alla stanza.
Scrivania… libri scolastici e pc …sedia con un tot di abiti buttati alla rinfusa …abiti femminili…
Vediamo sotto la coperte…mmmh, fisichino minuto, giovane, camicione lungo con…con…oh cazzo! Ho addosso una grossa grossissima mucca in bella vista. Beh, stellina, se ci mettiamo che sopra il letto c’è appeso un poster della Pausini…allora te la meriti tutta!
Una ragazzina. Avrà…avrò…insomma più o meno dodici-tredici anni.
Era parecchio che non mi capitava una ragazzina.
Gente adulta, perlopiù avanti nell’età. Operai metalmeccanici, casalinghe, impiegati del catasto, autisti di bus di tram di taxi, vecchietti della casa di riposo, immigrati regolari e non, disoccupati, preti, medici, avvocati onesti (rarissimi) e non (i più), carcerati, giardinieri, puttane, trans da tangenziale, ogni varietà possibile e immaginabile. Tocca a tutti, prima o poi, e in fin dei conti la storia è più o meno sempre la stessa.
Ogni mattina.
Nuove facce, nuove vite, nuovi ritmi e abitudini.
All’inizio era veramente un casino.
Saltavo giù dal letto in preda al panico, giorno dopo giorno. Oggi sono maschio o femmina? biondo o castano? alto o basso? mi riconosceranno…cioè riconosceranno me…cioè quel lui/lei che sta fuori di me…o dovrei forse dire quel me cha sta dentro quel lui/lei.
Poi come in ogni lavoro, anche quello più sporco e assurdo, ci si abitua. Pian piano capisci che in realtà sai già tutto quello che ti serve. Sei appena arrivato ma potresti alzarti, infilare sicuro la porta della cucina in cui sei/non sei sempre/mai stato, aprire l’anta dell’armadio che hai/non hai sempre/mai aperto, prendere la tazza per il caffè che hai/non hai sempre/mai bevuto ogni mattina…e via così.
Vi potrei perfino descrivere il boccolo che ogni mattina boccola sul volto di mia/sua madre che ho/non ho sempre/mai visto e che ora è di là in vestaglia a preparare la colazione.
E stessa cosa al bar. Entri e puoi dire il solito e il barista te lo porta. Idem con la solita linea del bus o del metrò, svolti al solito angolo, entri nel solito palazzo. Con i colleghi di lavoro uguale, le solite battute, le solite pratiche, le solite riunioni, le …
Ma poi a un certo punto…STOP!
Si chiude il sipario e la rappresentazione finisce.
Sarà lo stesso anche per ‘sta ragazzina. Però, è un peccato che se ne debba andare così giovane. Uno pensa di avere davanti tutta una vita e non fai a tempo a finire le medie che “la tua sorte viene e ti prende per mano”.
E’ questa la parte peggiore di ogni mia giornata. Non avere un futuro davanti. Nemmeno una mattinata intera, a dire la verità.
Nella mia pur non lunghissima carriera, ho un record di vita che si ferma alle 11.58. Si è fermato sotto le ruote del 17barrato in piazza Libertà. Che botto!
Mi viene pure il dubbio che in questo assurdo e interminabile incantesimo ci sia qualche sorta di regola che non permette di sforare il mezzogiorno. Ci ho provato, eh, mi ci son messo anche d’impegno. Ma puoi tenere gli occhi aperti, muoverti con infinita cautela, evitare ogni più piccolo barlume di situazione di rischio. Perfino a rintanarti in casa non c’è scampo. Decidi di non uscire, di non scendere nemmeno dal letto, spranghi le porte, sbarri le finestre, non tocchi niente, non sfiori niente, non pensi niente. Poi se deve essere ictus, ictus sarà. O infarto o una qualsiasi merdata che ti secca lì dove sei.
E pure viceversa. Non puoi sottrarti. Per stizza ho provato anche quello. Una mattina ho aperto gli occhi particolarmente stufo e incazzato e fischiettando mentalmente un bell’affanculo a tutti, mondo compreso, ho passato una grossa corda a cappio sopra una possente trave a vista della mansarda in cui mi ero risvegliato e ho dato un bel calcione alla sedia.
E’ venuta già la trave, porco cazzo! Avrà avuto non so quanti anni, avrà sopportato non so quanti sforzi e proprio in quel giorno quel inutile pezzo di legno ha deciso che era più stufo di me e mi ha lasciato col culo per terra in mezzo alla stanza con la corda moscia che mi penzolava dal collo. Sarà la suggestione ma mi è parso di sentire qualcuno sghignazzare.
Due minuti dopo, scendendo in cucina, son volato giù dalle scale. E morta lì.
Di patologie letali, traumi, morti violente in genere, ne ho provate davvero parecchie. Non avete nemmeno idea in quanti modi uno può morire. Ci sono quelli in cui te ne vai di botto, bus e camion sono i miei preferiti, non ti accorgi di nulla, non come quando hai il tempo di renderti conto di tutto, secondo dopo secondo, magari disteso in una pozza di sangue che si allarga lentamente attingento dalle tue vene o come quando passi una lunghissima ora fra i disperati soccorsi di due infermieri del 118 che le tentano tutte sperando in quel miracolo che tu sai già non avverrà.
Incidenti, avvelenamenti, mali incurabili vari e assortite, per droga, vecchiaia, sparato, sgozzato, investito, annegato, precipitato, schiacciato, soffocato, e via così all’infinito.
Ormai mi sono ridotto a sperare almeno di non soffrire troppo.
Per sdrammatizzare, un po’ come un becchino all’obitorio che per sopravvivere racconta barzellette sui morti, devo dire che ci sono stati anche dei momenti quasi divertenti come quella volta in cui son volato attraverso la vetrata di un negozio e un pezzo di vetro mi ha aperto in due la pancia e mentre stavo accasciato sul marciapiede tenendomi in mano il mio intestino che come un serpentone gigante voleva strisciarsene via ad una vecchietta che lì vicino aveva assistito alla scena è venuto un accidente ed è rimasta secca prima di me.
Me ne sono andato con sadico ghigno dipinto in volto. Non son sicuro che sia stato un bel vedere.
E’ una rassegnata angoscia senza speranza quella che accompagna tutti i miei risvegli. Più di tutte le vite spezzate che ho creduto di vivere mi costa non averne una tutta mia, da far crescere giorno dopo giorno, nell’ignorante illusione di essere eterno.
Non lo so se è un gioco, un esperimento o semplicemente un qualcosa che non riesco a concepire ed accettare. Come una farfalla che brucia la sua esistenza in un giorno, senza lasciare nulla dietro di me “vivo” nella speranza che esista un highlander che mi accolga e mi porti con se per sempre.
Sono stanco. Stanco marcio. Stanco da morire.
Vorrei tanto morire.
Una volta sola. Una volta per tutte.
Morire per sempre.
Com’era il titolo di quel libro di Capossela? “Non si muore mica tutte le mattine”, mi pare.
Vinicio… ma vaffanculo!
giovedì 15 maggio 2008
J. J. #2
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3 commenti:
ma questo jj è un dannato jjenio :))))
Tanto di cappello Sir! :)
A ascoltami
lo so che è dura
anzi di più
condividiamo
vedrai che si alleggerirà
tuA
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