Il mattino dopo c’era il sole. Di questo era sicura, perché glielo avevano ripetuto chissà quante volte.
Ma Anna non poteva ricordarlo. Non ricordava nulla di quel giorno; anzi, ci erano voluti forse sei anni prima che scoprisse qualche altro dettaglio.
Da allora, era diventata quasi un’ossessione per lei ricostruire cos’era successo quella notte.
Si era fatta attenta a captare ogni frase, a interpretare ogni silenzio. Ma nonostante le domande, a volte insistenti e a volte sottili, molti particolari di quella mattina le restavano ancora oscuri.
Sapeva - questo sì - di aver dormito fino a mezzogiorno. Di aver pianto. Di essere stata consolata, abbracciata, coccolata.
Di essere stata lavata, ripulita dal sangue, rivestita.
In seguito, con un lento, paziente lavoro di indagine, era riuscita a scoprire di essere rimasta tre giorni in ospedale. Di esserci arrivata di corsa, all’ultimo minuto, insieme alla mamma.
E che suo padre, lontano per lavoro, si era precipitato da lei. Aveva guidato tutta la notte sotto il temporale, da Berlino a Milano, con i camion che lo rallentavano e gli altri automobilisti che gli suonavano dietro.
Ma quando era arrivato c’era il sole. E si era commosso a vederla, così bella, così candida, in quel letto. Finalmente tranquilla.
Papà e mamma si erano abbracciati. Ed erano rimasti a guardarla finché non era arrivata un’infermiera per la medicazione e avevano dovuto uscire.
* * *
Anna allacciò le All Star e prese lo zainetto, accese l’ipod. Entrò in cucina.
«Vado da Luca. Non torno a cena». La voce era tesa, al limite del pianto.
«Anna, c’è qualcosa che non va?»
Intuitiva, la mamma.
“Certo che c’è qualcosa che non va, cazzo!” - pensò la ragazza, scuotendo invece la testa. Se avesse parlato, sarebbe scoppiata in singhiozzi. “C’è tutto che non va! Ma perché non te lo posso dire? Perché con te è così dannatamente difficile parlare di sesso?”.
«Se vuoi, con me ti puoi confidare, Anna. Lo sai».
“Ma chi glieli scrive i testi a questa? Come parla? E poi, confidare cosa? Proprio lei che non ha mai voluto raccontarmi di quella notte. Mi hanno parlato del mattino, del sole che splendeva, delle coccole… Mai una volta che qualcuno mi abbia risposto su quello che era successo prima, però!”.
Anna aprì il frigo, prese una lattina di Coca; pssssht, la stappò e ne bevve un sorso. Guardò la mamma, che le sembrò improvvisamente meno vecchia, meno ostile.
«E va bene, mamma. C’è una cosa. Ma è meglio se ti siedi».
Intorno al tavolo della cucina, sembravano quasi due amiche intente a prendere il tè. Se non fosse stato per il nervosismo che rendeva elettrica l’aria e rumoroso anche il silenzio.
«Mamma, devo chiederti una cosa…».
«…».
«Sai quella notte. La notte prima del mattino dopo, diciamo…».
«…».
«…è stata così terribile? Com’è andata esattamente?».
«Beh, Anna. Ora sei una donna, con te posso parlare apertamente. Vedi, papà era via per lavoro. Pioveva a dirotto. Verso le undici mi si sono rotte le acque. Il travaglio è stato rapido, molto doloroso. Sono andata in ospedale con un’ambulanza. Credevo di non farcela, da sola. Me poi, quando ti ho visto nascere, ho dimenticato la paura, il dolore… tutto. E splendeva il sole!».
«Questo lo so», sbuffò Anna. E si sciolse in un pianto dirotto, abbracciando la mamma.
«Ma perché me lo chiedi?».
Anna si asciugò il volto e scappò fuori dalla stanza.
«Credo che tra poco verrai comunque a saperlo…».
4 commenti:
incinta?
Yes
mmmmmmmmmmmmmmmmmmm
questo racconto è sospetto
sicuramente è impastato da quello che vivi quotidianamente...
eppure...
Lucy
Cara Lucy, credo che sempre ci sia qualcosa di chi scrive nei racconti. In questo caso specifico, però, la mia situazione personale è piuttosto lontana da quella di cui parlo. Se non per il fatto di avere una figlia (più piccola). Però giuro che al momento del parto, io c'ero!!!
Inachis
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