C’era un sole abbagliante, il mattino dopo.
Alice era a letto e ci sarebbe rimasta a lungo.
Fingendo di dormire.
Più che altro, sperando di dormire.
Forse per potersi illudere di risvegliarsi e di potersi rincuorare del fatto che fosse solo stato un brutto, bruttissimo, orribile sogno.
Il silenzio di quella stanza.
Fortissimo, surreale.
Spezzato di continuo dal trillo di un telefono invadente.
Poi, silenzio di nuovo.
Alice abitava in un sottotetto appena fuori città, e spiava zitta il mondo dalle grate alle finestrelle quadrate e piccole, appoggiate a terra.
Filtravano spiragli di luce.
Lame scintillanti di granelli leggeri.
Un moto continuo di minuscoli diamanti danzanti.
Impalpabili.
Inafferrabili.
Inarrestabili.
Ne sceglieva uno, lo seguiva fino a che non lo confondeva in mezzo agli altri.
Poi, ne prendeva di mira un altro e continuava il gioco.
Ci passò delle ore.
Occhi a spasso e mente ferma.
Da sotto il piumino leggero, nel letto bianco laccato di terza mano.
L’urgenza di andare a pisciare, d’un tratto, la obbligò ad abbandonare il gioco e ad alzarsi.
Scoperchiò le lenzuola.
I diamanti imbizzarriti parvero accelerare la loro corsa.
Strascicando i calzettoni sulle tavole di legno vecchio, sfilò davanti alla porta a vetri del cucinino, dove qualcuno parlava piano.
Ripeteva la stessa cosa da ore.
All’attonito spettatore di turno.
Alice, a testa bassa, arrivò fino alla tavoletta e si sedette sul cerchio.
La sua immagine si gettava confusa sulle piastrelle di cappuccino lucido.
Immobile, con le braghe calate, pensava.
Sarebbero andati a casa sua, lo sapeva bene.
Ciò che non sapeva affatto era quello che si sarebbe dovuta aspettare.
Non sapeva che avrebbe visto il piatto ancora sul tavolo.
Rimasugli di un pranzo frettoloso.
Ragù ai bordi della ceramica, alcuni spaghetti incollati in posa, briciole.
La forchetta, di sbieco sul tovagliolo macchiato di labbra giovani.
Il bicchiere ancora mezzo pieno.
Non sapeva che avrebbe intuito la sua sagoma fra le coperte.
L’incavo della sua testa sul cuscino, le federe stropicciate, la trapunta aperta a ventaglio.
La sue pantofole, di panno grigio, ordinate sotto al termosifone del bagno.
Tracce bianche di dentifricio nel lavabo blu.
Capelli sulla spazzola.
L’accappatoio a righe azzurre, con la cintura più lunga da un lato.
Il cesto della roba da lavare, i panni fuori stesi al sole.
Non sapeva ancora che ci avrebbe sentito forte la sua presenza, la sua vita, il suo profumo.
Quell’odore di buono, di conforto, di amore.
Non sapeva che avrebbe dovuto respirare a fondo, di più, fino a riempirsene la testa completamente per non dimenticare mai.
A costo di sacrificare lo spazio per gli odori che avrebbe scoperto poi nella vita.
Perché non lo sapeva che presto, invece, sarebbe sbiadito.
Quel ricordo, quell’odore, quella voce.
Quegli occhi verdi così brillanti, che gli aveva sempre invidiato un poco.
Non sapeva ancora che si sarebbe sentita così confusa nel vedere il led lampeggiante della segreteria telefonica.
Non sapeva che avrebbe schiacciato play, che avrebbe sentito la sua stessa voce allegra e ancora ignara.
Non sapeva che sarebbe stato come perdere le forze del tutto, ad un tratto, e che sarebbe sprofondata sul divano di finta pelle nera.
Lo stesso che li aveva visti abbracciati di fronte alla tv, adesso spenta.
In un luogo sospeso a metà, quel mattino dopo, l’unica certezza che Alice avrebbe avuto era che tutto, da quel momento in poi, sarebbe parso spento.
Neve.
Fine delle trasmissioni.
(Gingerina si legge, soprattutto, qui)
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3 commenti:
..vorrei lasciare qualcosa ma al confronto non mi viene niente di degno.
Toccante.
Anonimo, grazie ;)
ti và di passare e di lasciare un segno anche di là da me?
lo apprezzerei tantizzzimo :)))
pezzi di vita
ricordi che non hanno tempo
e si confondono con il presente
mi fai viaggiare accanto a te in questa tua macchina del tempo
Lucy
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