martedì 27 maggio 2008

Bastian Cuntrari

Probabilmente non avevo chiuso bene le imposte: sbronzo com’ero la sera prima, più che probabile… Fu così che la luce, che filtrava come una lama attraverso le fessure, mi ferì gli occhi, costringendomi a ruotare verso l’altra metà del letto che godeva di più ombra. Lentamente, con la testa che mi martellava, mi piegai sul fianco ed iniziai a prendere coscienza di me.
Ero ancora vestito.
Sentivo un calzino arrotolato intorno alla caviglia. Sentivo la cravatta, forse un po’ allentata, ma di sghimbescio sotto il colletto della camicia che mi costringeva il respiro. La gamba destra del pantalone strofinava il mio polpaccio. Bella prova! mi dissi. Dovevo proprio essere uno zombi… Odio gli straordinari in ufficio: anziché uscire alle 5, come al solito, avevo dovuto trattenermi sino alle 7 passate. Proprio l’orario giusto per un cicchetto… E non avevo neanche visto Helen, mia moglie, infermiera al General Hospital, che doveva fare la notte. Ma l’avevo sentita al telefono, mi pare… Cosa mi aveva detto? Non rammentavo…
Sempre al rallentatore, perché le meningi non si accorgessero dei miei movimenti e, magari, la smettessero di pulsare, allungai un braccio intorpidito.
Fu allora che gli altri miei sensi iniziarono a svegliarsi.
Dapprima fu l’olfatto. C’era un odore dolciastro e sgradevole che proveniva dal cuscino accanto a me: che roba era? Non era detersivo, non era profumo di donna. Cos’era?
Poi fu la volta del tatto. Le dita iniziarono a muoversi alla cieca sulle lenzuola, dapprima con circospezione, poi più freneticamente, perché qualcosa di vischioso rimaneva attaccato ai polpastrelli. Ma che diavolo…?
Costrinsi una palpebra dolente a socchiudersi: tutto opaco, come in una nebbia lattiginosa. Imposi un diktat anche all’altra palpebra: apriti, perdio! Lo fece.
E fu allora che lo vidi.
La testa era appoggiata sul cuscino, ma il resto del corpo giaceva – staccato dalla sua propaggine naturale – venti centimetri più sotto: decapitato!
In un baleno fui in piedi, dalla mia parte del letto: percepivo la mia bocca, ancora impastata di whisky e puteolente, spalancata nella “O” di “Orrore”!
Gli occhi sbarrati, continuavano a guardare senza vedere, lentamente mettendo a fuoco quella scena di morte. Lui stava lì, immobile, sporco del suo sangue non ancora rappreso: ecco l’odore dolciastro! Il sangue! Spostai lo sguardo sulle mie mani: rosse!
E vidi anche le impronte che avevo lasciato, nella mia cieca ricerca tattile sull’altra metà del letto, nel fluido vitale di quello sventurato che inzuppava le lenzuola.
Che fare adesso? Come riparare allo scempio?

E cosa mi aveva detto Helen?

Non appena formulato il pensiero, fui completamente sveglio: Helen!
I neuroni del mio cervello iniziarono un faticoso percorso a ritroso.
Prima di sbronzarmi, cos’era successo? Mi venne in mente un flash con Helen che al telefono mi diceva qualcosa… di un invito? Ma da chi? O forse no…
Noi avremmo avuto ospiti!
Ecco, sì! Sarebbero venuti da noi, a pranzo, i miei suoceri! Maledizione…
Quel pallone gonfiato di mio suocero, lui e i suoi milioni di dollari, accumulati con speculazioni immobiliari piuttosto dubbie. Lui, e le sue camicie hawaiane. Tanto per dire “io ci sono stato”! Lui e le sue stramaledette cravatte italiane di seta, da uomo arrivato, con gli uffici nella 5a Strada! Maledizione di nuovo …
E mia suocera. Con i vestiti firmati e tre chili di gioielli di Tiffany che le si arrotolano al collo grasso e attorno ai polsi da scaricatore dei docks.
Con quella voce stridula che le esce dalla bocca a cuore, rifatta dal miglior chirurgo plastico della Lexington, affondata in un viso da Buddha.
Maledetti loro, e il pranzo del Ringraziamento!
E io che mi trovavo con lui, decapitato, nel letto che fu mio e di Helen!
Ma come ero arrivato a tutto questo? Non riuscivo a ricordare…
Quali erano state le ultime parole di Helen? Cosa mi aveva detto, prima di uscire?

E cosa mi aveva detto Helen?

In un attimo fui in bagno: il rubinetto del lavabo, aperto al massimo, sembrava non riuscire a toglier via il sangue dalle mie mani. Le sfregai più volte vigorosamente con lo spazzolino per le unghie: l’acqua che defluiva, da rossa, divenne lentamente rosea e poi, finalmente, chiara e limpida. Solo allora smisi. Con le mani a coppa mi bagnai il viso più volte, sperando che l’acqua fredda cacciasse via la nebbia dalla mia mente e mi consentisse finalmente di ricordare: cosa era successo?

E cosa mi aveva detto Helen?

Alzai lo sguardo verso lo specchio sul lavandino e vidi il volto gonfio e tumefatto di uno schifoso ubriacone: sulla guancia avevo ancora impresse le pieghe del cuscino, nuove rughe di depravazione e di orrore.
Il suono del campanellino dell’ascensore che arrivava al piano, nonostante giungesse dal pianerottolo e fosse assorbito dalla moquette che rivestiva pareti e pavimento, mi sembrò assordante.
E se fosse stata Helen? Cosa avrei potuto dirle? Come giustificare…?
Freneticamente cercai ancora risposte nella mia mente annebbiata.
Helen mi ha detto… che prima di rientrare, si sarebbe fermata da qualche parte…
Sì, a comperare il dolce per il pranzo del Ringraziamento… Ma anche un’altra cosa…
Mentalmente, seguivo i passi provenienti dall’ascensore: se fosse stata Helen che tornava, ora sarebbe stata a 4 porte dalla nostra… Cosa mi ha detto Helen, prima di uscire? Che dovevo fare qualcosa, mi pare… Sì, dovevo fare qualcosa… Ma cosa?
Non riuscivo a focalizzare il pensiero, il cervello ancora prigioniero dalla visione ipnotica del mio letto e del corpo senza vita in un lago di sangue…
Cosa dovevo fare per Helen? Cosa mi aveva detto?
Il rovello della mia mente quasi lo potevo sentire: rumore stridente di ingranaggio rugginoso; cigolìo di rotelline inusate da tempo.
La chiave nella toppa dell’ingresso mi fece sobbalzare: mio dio, Helen! E ora cosa…?

“Aargh! Aargh! George!”

Helen, era Helen… Come avrei giustificato…? Il suo urlo perforava i miei timp…
Urlo? Non era un urlo, quello…

“Ah! Ah! George!”

… stava ridendo. Ridendo? Con l’incedere di un ballerino sulle punte, mi avvicinai alla camera da letto, da cui la risata proveniva. Mi bloccai sulla porta: la chioma rossa di Helen lentamente ruotò verso di me. Il suo sorriso a trentadue denti bianchissimi e perfetti quasi mi abbagliò: il suo corpo flessuoso copriva alla mia vista la “cosa” nel letto. Ero impietrito e la mascella aveva deciso di non aprirsi, neanche per consentirmi di dirle “ciao”…

“George! Sei il solito pasticcione! Quando ti ho detto di tagliare la testa al tacchino e di metterlo a ‘riposare’, intendevo in frigorifero, e non nel nostro letto! Ah! Ah!”

Lo giuro, non più un goccio di whisky… nemmeno un goccio!

(Bastian Cuntrari si legge soprattutto qui)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Helen non capisce un ....essendo una rossa...^^
Lucy

Anonimo ha detto...

bella l'idea e anche l'ambientazione, fossi stata in helen non l'avrei presa cosi' sul ridere.

(General Hospital?! Quel General Hospital?!!! La serie tv, intendo.)

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